“L’Europa ha trasformato la transizione in una bandiera ideologica, spesso scollegata dalla realtà industriale ed economica, e oggi i nodi stanno venendo al pettine”.
Ad affermarlo è Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, nel suo intervento al Forum Coldiretti.
“Negli ultimi anni l’attenzione verso i temi dell’energia e della transizione energetica è cresciuta in modo significativo. Se ne parla molto, ma è bene ricordare che fino a poco tempo fa l’Europa non disponeva di un vero piano di sicurezza energetica. Lo si è compreso solo di recente, quando la chiusura improvvisa di alcune forniture ha messo in evidenza la fragilità del sistema. L’Unione europea, a differenza di Stati Uniti, Russia o Cina, non ha ancora un mercato unico dell’energia. Ogni Paese procede con strategie e tempistiche diverse, mentre altri grandi attori mondiali hanno avviato da tempo politiche di sicurezza logistica e di approvvigionamento, sia per gas e petrolio sia per i minerali critici. In questo senso, l’Europa è arrivata in ritardo”.
“La transizione energetica resta comunque un obiettivo fondamentale, soprattutto come strumento di diversificazione, che rappresenta l’unico modo per ridurre le vulnerabilità e aumentare la sicurezza. Tuttavia, non può essere solo una transizione ‘sussidiata’: il sistema deve reggersi su basi economiche solide e generare ritorni reali, altrimenti non è sostenibile nel lungo periodo. L’errore dell’Europa è stato quello di affrontare il tema in modo monodimensionale, puntando quasi esclusivamente sulla riduzione delle emissioni e abbandonando fonti che restano centrali in molti Paesi. Il carbone, per esempio, rappresenta ancora il 34-35% della produzione elettrica mondiale. La Germania, dopo aver chiuso le centrali nucleari, ha riaperto impianti a carbone, con conseguenze anche sull’aumento delle emissioni.
La transizione energetica, dunque, deve essere complementare e non sostitutiva: occorre tenere conto della domanda attuale, che per l’80% è ancora coperta da fonti fossili. Anche l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie, che richiedono grandi quantità di energia, non potranno basarsi unicamente sulle rinnovabili. Serve un equilibrio, un mix diversificato che includa tutte le fonti disponibili. Un esempio interessante è la Spagna, che ha tentato di coprire quasi il 100% del fabbisogno con rinnovabili, riducendo però la flessibilità del sistema. In alcune aree del Nord del Paese si sono verificati blackout localizzati proprio perché la rete non era in grado di reagire tempestivamente alla mancanza di sole o vento. Esperimenti di questo tipo sono utili, ma dimostrano che le rinnovabili da sole non bastano”.
“L’Europa continua inoltre a trascurare il ruolo dei biocarburanti, nonostante rappresentino una risorsa importante per la mobilità, che oggi dipende ancora per oltre il 95% dai carburanti tradizionali. In Germania, dove sono stati testati in modo più ampio, i biocarburanti di ultima generazione riducono le emissioni fino al 90%, garantendo le stesse prestazioni dei motori convenzionali. Nonostante ciò, Bruxelles continua a ostacolarne l’uso, privilegiando soluzioni elettriche che richiedono materie prime — come litio e cobalto — importate in gran parte dalla Cina. Proprio la Cina, infatti, ha costruito negli anni una posizione dominante lungo l’intera filiera: dall’estrazione al raffinamento, fino alla produzione di batterie e veicoli elettrici.
La Francia, grazie al nucleare che copre circa il 70% del suo fabbisogno, ha un prezzo medio dell’energia intorno ai 60 euro per MWh. La Spagna, con una quota nucleare del 20% e un ampio utilizzo di rinnovabili, si mantiene su valori leggermente superiori, intorno ai 65 euro. L’Italia, invece, sconta una maggiore dipendenza dal gas e tariffe più alte, aggravate da costi di trasporto e differenze infrastrutturali.
Riguardo al nucleare, la risposta è sì: è tecnicamente possibile tornare a produrre energia atomica in Europa, ma servono tempi lunghi — da 6-7 anni in avanti — e soprattutto un consenso sociale e politico chiaro. In Paesi come la Cina si costruiscono centrali in cinque anni, ma in Europa le procedure sono più complesse. Nonostante ciò, il nucleare rappresenta una risposta credibile per garantire energia a basso costo e ridurre le emissioni”.








