Toglie argomenti all’opposizione, prova a rassicurare sui fondamentali, non usa tremontismi contro la globalizzazione, non si pone come alternativa alla stagione di Draghi, segna una discontinuità con il passato della destra nazionalista e tenta di costruire una dialettica con la sinistra più sull’agenda dei doveri che su quella dei diritti.
Ma più che il farò, oggi, ciò che conta è il non farò. Il primo discorso di Giorgia Meloni da presidente del Consiglio – scrive sul Foglio il direttore Claudio Cerasa – è stato incredibilmente deludente per tutti coloro che, come noi, attendevano le parole della premier per aver ancora una volta conferma dei propri giudizi e dei propri pregiudizi sulla natura programmatica del nazionalismo sovranista.
Sorprendentemente, invece, il discorso della leader di Fratelli d’Italia ha spiazzato l’opposizione, e forse anche un pezzo di maggioranza, e ha introdotto nel dibattito pubblico un’inedita creatura politica che molto sbrigativamente potremmo ribattezzare come una sorta di sovranismo con il loden.
Quello di Giorgia Meloni, dunque, non è stato un discorso divisivo, non è stato un discorso identitario, non è stato un discorso trumpiano, non è stato un discorso anti-draghiano, non è stato un discorso nazionalista, non è stato un discorso populista ed è stato a tal punto un discorso così poco antieuropeista da aver messo al centro del proprio programma la necessità esplicita di volere addirittura più Europa per provare a risolvere alcuni grandi problemi che riguardano il futuro dell’Italia.
Così come non si può trascurare la scelta di non essere ambigui, da parte di Meloni, sul tema della difesa dell’Ucraina e, anche a costo di far svenire Matteo Salvini e Silvio Berlusconi.








