Un editoriale nelle pagine interne del Foglio, a cura del direttore Claudio Cerasa, sostiene che nei dati contenuti nell’analisi congiunta Ministero del Lavoro-Bankitalia, qualcosa di buono c’è.
«Il momento peggiore per il nostro mercato del lavoro – scrive Cerasa – è stato in giugno e le cose avrebbero potuto perfino essere peggiori se non ci fosse stato il blocco dei licenziamenti. L’analisi contiene però indicazioni interessanti sui mesi successivi, con un recupero notevole dal tonfo di giugno».
«Da 600mila posti persi al dimezzamento di quel passivo. Ovviamente 300mila posizioni lavorative in meno, con una forte prevalenza femminile, sono comunque una notizia terribile».
«Ma ha senso andare a guardare la storia di quel dato e la sua composizione. Perché la maggior parte dei lavoratori che hanno perso il posto era impiegata, con contratto non a tempo indeterminato, nei settori interamente bloccati, come turismo e ristorazione e servizi per eventi pubblici, oppure in filiere dove si è registrata una forte riduzione dei consumi, come l’abbigliamento».
«Il mercato del lavoro è stato elastico rispetto alla domanda. Ma non ci sono stati, ad aggravare stabilmente il quadro, comportamenti opportunistici, come, ad esempio, riduzioni di organico per approfittare del momento di crisi. Questo è dovuto in buona parte al blocco dei licenziamenti, ma non è lì tutta la spiegazione».
«Gli operatori economici hanno saputo tenere i nervi saldi, preparandosi alla ripresa senza perdere posizioni. I settori in cui la domanda di mercato è stata forte hanno colto il momento per assumere, è successo nella produzione agroalimentare e nei servizi commerciali online».
«Salvando la struttura delle aziende, il lavoro perso nei settori ancora fermi – sostiene Cerasa – potrà essere recuperato nel 2021, e con esso anche il grave sbilancio a sfavore del lavoro femminile, colpito maggiormente a causa degli effetti indiretti della chiusura delle scuole».








