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Roberto Chieppa (segretario generale Presidenza del Consiglio): «Basta norme e duplicati di centro di monitoraggio e di potere decisionale. Per attuare il Pnrr bisogna agire in fretta»

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Roberto Chieppa, segretario generale della Presidenza del Consiglio, è intervenuto al convegno “Il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Dagli aspetti teorici a quelli operativi”, organizzato da Confindustria.

A moderare e introdurre i vari interventi Alessandro Fontana, direttore del Centro Studi di Confindustria, e Antonio Matonti, direttore degli Affari Legislativi di Confindustria.

«Siamo in un momento in cui il Pnrr è ormai pienamente entrato nella fase di attuazione. Quindi un momento di confronto, che penso non sia più su modelli astratti, ma sulle cose concrete che vanno fatte. Anche perché, come cercherò di argomentare, penso sia emerso anche nel corso degli altri interventi, noi abbiamo un’occasione irripetibile che ovviamente non può essere sprecata. Ciò soprattutto grazie all’Unione europea, che forse ha faticato a gestire in maniera unitaria gestioni sanitarie la pandemia ma che ha recuperato un ruolo primario con il Next Generation Eu».

«A me spetta dal trattare della governance, quindi, un modello di governance appunto. Ma non intendo tediarvi con una descrizione del modello italiano di governance, che conosciamo, ma ritengo più utile qualche considerazione su come partito il modello, cosa può essere perfezionato, evitato, integrato. Noi sappiamo che il decreto legge 77 ha definito la governance attribuendo compiti e responsabilità, riguardando le varie funzioni di indirizzo, coordinamento, monitoraggio, rendicontazione, controllo».

«E come è noto è una governance incentrata su un ruolo della presidenza del Consiglio e del Ministero dell’Economia e finanze. Una cabina di regia politica con compiti di indirizzo, coordinamento e costante informazione del Parlamento, a geometria variabile, in cui l’unico componente necessaria il compito e il presidente del Consiglio dei ministri. Una segreteria tecnica servente la cabina di regia, che anche cuore della risoluzione delle maggiori criticità e motore anche dei poteri sostitutivi di superamento e dei meccanismi superamento il dissenso. Un’unità per la razionalizzazione e miglioramento della regolazione, che costituisce un po’ la cerniera tra il Dipartimento affari giuridici e legislativi, le riforme e anche direi le riforme da lasciare in eredità al Paese oltre il piano».

«Il servizio centrale per il Pnrr presso il Mef, che il punto di contatto presso la commissione, che opera in sinergia con le altre unità di missione presso la ragioneria e presso il Mef. E a queste strutture più operative si aggiunge il tavolo permanente del partenariato economico sociale e territoriale, che ha funzioni consultive e dovrebbe assicurare che tutto questo resti ancorato alla società civile, alla realtà».

«Allora, durante questi mesi io ho notato che le amministrazioni si sono concentrate molto nel costruire le proprie unità di missione, come era giusto anche che fosse, o comunque strutture dedicate al Pnrr. Io penso che ormai da tempo è giunto il momento di passare all’azione, cioè alla realizzazione degli interventi e delle riforme – tutto questo, ricordiamoci, è solo funzionale».

«Dico questo perché avverto il rischio di avere delle sovrastrutture fini a se stesse, che possono essere poco utili poi per il raggiungimento di milestone e target, soprattutto per realizzare le cose che il Piano richiede vadano fatte. Una preoccupazione c’è ed è forse di moltiplicare i centri di controllo e monitoraggio, disperdendo le energie che invece vanno concentrate su interventi e riforme. E penso che anche il professor Messori abbia un po’evidenziatoquesto rischio».

«Ad esempio con l’ultimo intervento legislativo il dl 152 del 2021, con l’articolo 33 è stato istituito un nuovo nucleo Pnrr Stato Regioni. Io dico “ben venga un miglior coordinamento con le regioni”, ma attenzione a non duplicare i centri decisionali o comunque di monitoraggio. È un rischio di appesantimento che, a mio parere, può derivare anche da alcuni obiettivi trasversali. Ad esempio, non vorrei essere frainteso, io penso che sono importantissime alcune condizionalità del piano – hai sempre la condizionalità in favori di giovani e donne».

«Fabrizio Bassone ha ricordato importanza di colmare il gap che ha l’Italia in questo, come altre condizionalità come quelli in favore della disabilità, sono importanti perché appunto devono fare recuperare terreno al nostro Paese su questi temi, però non devono ridursi ha meri adempimenti burocratici, che poi costringono amministrazioni, soggetti attuatori, imprese più a riempire moduli o a fare un numero imprecisato di report a più soggetti diversi, che a fare le cose. Noi abbiamo un’esperienza della burocrazia dell’anticorruzione che tutti conosciamo: non replichiamo la in questo momento, perché sarebbe ancor più dannoso».

«L’Europa guarda alla sostanza e il piano italiano deve guardare alla sostanza, cosa che non sempre fa il nostro Paese. Io penso che questa sia una delle riforme, forse dei cambiamenti culturali, che deve consolidarsi del Paese. Il fatto che un obiettivo non è realizzato se si compila un report, se si fa un decreto, ma è realizzato se si fanno le cose. Questo vale anche per le riforme».

«Il professor Messori ci ha avvertito: per le riforme non bastano una belle legge delega, serve poi attuarla. E questo richiede un controllo continuo, quel monitoring a cui faceva riferimento il professore, e quel motivo in corso d’opera citato anche da Marco Buti. Ad esempio ben venga il monitoraggio su tutti i decreti attuativi, però poi questi decreti dev’essere tradotti in azioni. Cioè un decreto che istituisce una delle nuove commissioni, previste anche dal dl 77, la nuova commissione via, il comitato speciale all’interno del Consiglio superiore dei lavori pubblici, la nuova soprintendenza speciale all’interno del Ministero della cultura – che si auspica avrà un approccio meno rigido rispetto a molte soprintendenze locali».

«È un presupposto, ma poi e molto più importante verificare se all’esito di quel decreto che istituisce solo nella forma, le nomine vengono fatte, quelle commissioni iniziano, e iniziano a funzionare realizzando quegli obiettivi e quei gli auspici, per le quali sono state introdotte – cioè per superare alcune criticità storiche del nostro Paese. Questo è quello che va controllato, non se l’istituzione della commissione, il decreto che le istituisce, è stato fatto». E aggiunge «poi magari, con la Commissione ci passano mesi perché poi possa iniziare a funzionare».

«Il modello di governance deve servire a tutto questo e non alle forme, a far scattare proprio quei meccanismi di early warning, di cui ha parlato Marco Buti, per superare quei colli di bottiglia che inevitabilmente ci saranno e forse sta già emergendo. Se qualcosa si inceppa devono scattare i poteri sostitutivi, anche a altre azioni che spetta ai ministeri porre in essere. La questione poteri sostitutivi non era questione Stato-Regioni-enti locali».

«Io penso che dal dl 76 del 2020, il legislatore ha intrapreso la strada, che io ritengo giusta, di colpire più il non fare del fare, di penalizzare più l’inerzia dell’azione. La norma sulla responsabilità erariale, che poi è stata è prorogata fino all’intera durata il Piano e si incentra sui danni derivanti dall’inerzia, cercando così di eliminare la paura della firma, cercando di avviare un po’ un cambio culturale, che dia al Paese una burocrazia che funzioni. Soprattutto che decida che eserciti discrezionalità, che non abbia il timore di esercitare la discrezionalità».

«Noi dobbiamo verificare in modo attento se tutte quelle riforme di semplificazione (o abilitanti) introdotte con il dl 77,  anche con l’ultimo decreto legge, funzionano. O se bisogna intervenire, e quello va fatto immediatamente se e qualcosa non gira. Facendo però attenzione che il piano contiene sì le riforme, ma non è un piano di norme, ripeto ancora volta, è un piano di azioni. Bisogna un po’ fuggire alla tentazione di continuare a fare norme, perché il piano si attua solo con le azioni. Ben vengano e sono arrivate le misure per il rafforzamento della capacità amministrativa dell’amministrazioni, con il dl 80».

«L’auspicio che vengano tutte anche questi attuate in tempi rapidissimi e che funzionano in modo da fare acquisire alle pubbliche amministrazioni nuove e moderne professionalità, di cui ora sono sprovviste. Immettere energia giovani, anche perché non si può pensare di dire alle imprese private di assumere giovani donne e poi lasciare che le pubbliche amministrazioni utilizzino le molte – a volte troppe – deroghe per assumere con minori controlli, senza realizzare quel processo di innovazione del personale la pubblica amministrazione di cui il Paese ha bisogno».

«Insomma, perché il modello di governance funzioni ognuno è chiamato a fare la sua parte. Partendo dal basso, i Comuni gli enti locali dovranno realizzare molti interventi, dovranno sfruttare le risorse economiche del piano, ma anche sfruttare i momenti di confronto che possono avere all’interno della cabina di regia. Queste cabine di regia, ovviamente, non devono essere passerelle formali, ma momenti concreti di confronto».

«Per tutto questo agli Enti locali serve informazione. Il tour del Governo partito da Bari proprio per questa campagna di comunicazione, di formazione, e serve anche formazione. Le Regioni dovranno aiutare in tutto questo senza gelosie nei confronti degli altri enti locali. L’obiettivo è di avere cose realizzate sul proprio territorio, poi diciamo che poco cambia chi le realizza».

«La società civile non deve essere uno spettatore, che guarda come il Piano viene realizzato, ma deve essere l’artefice, per sfruttare le risorse, e dimostrare di essere in grado di contribuire in mono concreto alla ripresa del paese. E allora quel tavolo permanente per il partenariato economico, sociale e territoriale, non deve essere un mini Cnel – sarebbe una duplicazione – deve essere una sede di confronto tra governo e parti sociali, in cui il coordinatore del tavolo dovrà saper mettere in contatto governo, istituzioni e società civile, per fare emergere le questioni e indirizzarle verso le soluzioni».

«Altra cosa, la crisi sanitaria ed economica ha portato inevitabilmente la tentazione di tornare a una massiccia presenza dello Stato nell’economia, a uno Stato tutte torni a essere giocatore. E questo potrebbe rendere la società civile e le imprese quasi gli spettatori. L’auspicio è che lo Stato non torni a fare il giocatore come in quei tempi, che in alcuni casi possa limitarsi a non fare l’arbitro, ma possa essere un soggetto promotore, che accompagni il sistema economico in processi di crescita».

«Accompagnare verso dove? Lo indica il piano: verso l’innovazione digitale e la transizione ecologica, è la strada tracciata dal piano. Questo lo dico perché a volte vedo un eccesso nell’affidarsi alle società partecipate. Una cosa è utilizzarle come ausilio della pubblica amministrazione, un’altra cosa è utilizzarle in sostituzione di quello che dovrebbero fare le imprese private».

«Non penso che l’attuazione del piano debba ricadere nella tentazione di un ritorno la massiccia presenza pubblica nell’economia. E, anzi, il piano fa della concorrenza una riforma abilitante, una riforma non facile da attuare, come abbiamo visto in questi giorni, ma, consentitemi sotterrare come la concorrenza, lungi dall’essere passata di moda, sia uno dei migliori stimoli per l’innovazione».

«L’innovazione nasce dall’ambizione delle imprese di fare meglio dei propri concorrenti o di fare meno peggio i propri concorrenti. E per me che vengono Antitrust questa parente sì la ritenevo doverosa. E rispetto a quello che è stato detto prima dal professor Messori, io qua mi preoccupo ancor prima di arrivare ai decreti attuativi, di quale sarà il percorso parlamentare di questo disegno di legge. Quindi che esca una buona legge».

«Tornando alla governance, va sottolineato come il Mef, punto di contatto della commissione, debba agire in modo sinergico con la Presidenza del Consiglio ministri. Il rapporto tra MEF, Ragioneria Generale dello Stato e presidenza del Consiglio dei ministri, è una questione antica. Però penso che mai come in questo momento c’è stato un’unità di intenti tra presidenza del Consiglio dei ministri e Ministero dell’Economia, mai registrata negli ultimi decenni».

«Io penso che questa debba essere non una parentesi eccezionale legata all’autorevolezza del governo Draghi, ma debba costituire un modello che sopravviva a questo governo. I meccanismi del Pnrr possono essere utili a questo fine. Qua ci siamo io, Carmine Di Nuzzo, Chiara Goretti, penso che rappresentiamo la presidenza e il Mef, e abbiamo il compito di interpretare questo momento e di rendere stabile questo cambiamento, che al momento c’è nei fatti».

«La presidenza del Consiglio ha un ruolo centrale nella governance del Pnrr, anche qui l’occasione da non perdere, forse va oltre gli obiettivi del piano, quello di far recuperare alla presidenza quel ruolo di indirizzo politico-amministrativo, di promozione e coordinamento dell’attività dei ministri, che il legislatore costituente le aveva affidato con l’articolo 95 della Costituzione e che forse poi si è un po’ perso, perché si sono affastellate via via nel corso degli anni competenze gestionali la presidenza non sempre in sintonia con quel ruolo di coordinamento delineato dall’articolo 95».

«Forse servirebbe anche snellire l’apparato burocratico della presidenza, riportare alcune competenze nei ministeri, e lasciare solo competenze gestionali strategiche, come ad esempio ritengo essere quelle che da alcuni anni sono affidate al Dipartimento per innovazione digitale che ha un senso che sia in Presidenza e venga svolto un ruolo di coordinamento e di impulso dalla presidenza su tutte le amministrazioni, e in realtà su tutto il Paese».

«Insomma, abbiamo un’occasione anche per ridare un ruolo alla presidenza, sarà un banco di prova, cabina di regia, politiche amministrative, coordinamento e promozione degli altri ministeri meccanismi di superazione del dissenso, poteri sostitutivi. Io penso che l’occasione sia storica, ovviamente, ripeto ancora una volta, si coglie se tutti questi mentre meccanismi si fanno funzionare, ad esempio superando in concreto i dissensi».

«Oggi il meccanismo della conferenza di servizi e del superamento dei dissensi, esiste ma ha funzionato poco. Molto spesso molte questioni sono fermati sull’uscio del Consiglio ministri, con procedimenti durati anni, solo per decidere se doveva prevalere la posizione di quel ministero, vecchio ministro dell’ambiente, oggi unite, o quella dei beni culturali. E su decine di progetti legati all’energia rinnovabile, che uno dei pilastri del Pnrr».

«Tutt’oggi siamo in questa situazione, per molti procedimenti ante Pnrr, e se vogliamo raggiungere gli obiettivi del piano penso serva un cambio di passo, cioè questi meccanismi ci sono, bisogna farli funzionare. E la segreteria tecnica, coordinata da Chiara Goretti, ha le competenze e anche l’ausilio dei dipartimenti della presidenza per governare questi meccanismi».

«E si deve poi cercare di cogliere ogni criticità nel Pnrr, non solo per superarla grazie ai vari poteri eccezionali di deroga che il legislatore ha messo a disposizione, ma per trasformare l’ordinamento in modo che in futuro non servano più poteri eccezionali e derogatori o commissari straordinari per fare le cose, ma siano sufficienti le ordinari regole, magari dimagrite, semplificate».

«E allora l’auspicio è che la stagione delle riforme e di alcune che sono norme temporanee, le potremmo definire sperimentazioni normative, costituiscano l’occasione per modernizzare il nostro ordinamento. E per quelle disposizioni temporanee, che costituiscono le basi per riforme a regime, non per mere regole emergenziali. Oggi c’è la tendenza di estendere queste regole eccezionali ad altri settori, anche fuori del Pnrr, probabilmente se per fare le cose serve derogare a determinate discipline quelle discipline vanno semplificate a regime».

«Qui l’unità, quella che coordina il professor Lupo, dovrebbe avere anche questo compito, cioè comprendere quali strumenti temporali stanno funzionando e trasformarli in strumenti a regime, e verificare se dove sorge con frequenza necessità di derogare varie discipline queste debbano essere modificate al regime, in modo da lasciare al Paese in eredita dopo il Pnrr un ordinamento dove non vi è più necessità di commissario e deroghe, ma dove vi sia un’amministrazione innovata, in grado di fare le cose in via ordinaria, senza più paura della firma, nella consapevolezza che i rischi maggiori derivano dal non fare, dall’inerzia».

«Un’amministrazione concentrata sui risultati è ciò che richiede il Pnrr. Il raggiungimento dei risultati dovrebbe essere il criterio guida dell’azione amministrativa, finalmente svincolata da regole formali e burocratiche. Io penso che va quindi evitato il rischio che le regole emergenziali, questo vale sia per la parte sanitaria che per quell’economia, sopravvivano all’emergenza, normalizzando forse una deminutio di libertà di diritti che costituisce il corso di una legislazione emergenziale».

«L’auspicio è di avere dopo il Piano un Paese rinnovato e innovato, che ha saputo cogliere l’opportunità del Piano ed è stato capace di mettere a frutto, oltre il piano, per le future generazioni. La sfida e cogliere quest’occasione irripetibile, penso che si possa veramente dire questa volta: ora o mai più».

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