«È stata accolta da un incredibile tripudio di retorica la “storica” decisione, presa la scorsa settimana dal Senato della Repubblica, di dare un primo via libera a un disegno di legge finalizzato a inserire in Costituzione la tutela dell’ambiente e delle biodiversità», spiega Cerasa sul Foglio.
«Quello che però molti commentatori inebriati hanno dimenticato di ricordare è che il ddl non aggiunge qualcosa solo all’articolo 9, ma anche all’articolo 41. E qui la questione è più complicata. L’articolo 41 della Costituzione afferma, già oggi, che “l’iniziativa economica privata è libera”, ma il ddl aggiunge che l’iniziativa privata non può svolgersi in modo da recare danno “all’ambiente”».
«A prima vista,» prosegue, «anche qui, tutto bene, ma se si ha la pazienza di ragionare un istante si capirà che tanto bene non va. E si capirà, in particolare, che affermare il principio che ogni iniziativa economica privata non debba arrecare alcun danno all’ambiente significa voler spalancare la porta interpretazioni della legge di carattere squisitamente anti-industriale».
«In natura non esiste una sola attività umana che potenzialmente non sia un piccolo o un grande pericolo per l’ambiente, e l’assurdità del principio inserito nel ddl costituzionale diventa ancora più evidente se si sceglie di dedicare qualche minuto al dossier elaborato dal centro studi del Senato per comparare su questo punto la legislazione italiana con quella degli altri paesi. E nessuna grande Costituzione europea (neppure in Germania o in Spagna) contiene indicazioni che si prestano a essere strumentalizzate da chi sogna di trasformare la tutela dell’ambiente in un diritto assoluto, da difendere a discapito degli altri diritti».
«Il dettaglio» conclude, «non è irrilevante se si pensa al modo in cui le associazioni ambientaliste più intransigenti potrebbero usare il prossimo dettato della Costituzione per sommergere ancora più di oggi lo stato e le aziende di ricorsi. Se si pensa al mondo in cui le procure più spregiudicate potrebbero usare quel passaggio per allargare ancora più di oggi le maglie dei cosiddetti reati ambientali.
«Assolutizzare un diritto (la difesa dell’ambiente) passando come un carro armato sopra ad altri diritti (la difesa del lavoro) è un film spesso proiettato sugli schermi del nostro paese. È una pellicola che tornerà d’attualità nei prossimi giorni quando il Consiglio di stato dovrà esprimersi sulla sentenza del Tar di Lecce che ha disposto la chiusura dell’area a caldo di Ilva».








