L’inflazione doveva essere domata.
Doveva tornare dentro il recinto del 2%, secondo le indicazioni della Bce.
Invece si è concessa una proroga.
Il conto sta arrivando in bolletta.
Nel suo ultimo bollettino economico la Banca centrale europea lancia l’allarme: il caro energia tornerà a farsi sentire nei prossimi mesi e l’inflazione resterà sopra il 2% almeno fino alla prima metà del 2027.
Una prospettiva che riporta l’Eurozona in quella terra che ormai conosce bene: crescita debole, prezzi ancora elevati e una lunga serie di incognite geopolitiche.
La miccia resta il Medio Oriente.
La tregua tra Iran e Stati Uniti ha riportato una certa calma sui mercati petroliferi, ma a Francoforte nessuno si fida troppo.
Le guerre, soprattutto quando riguardano energia e materie prime, presentano il conto quando meno te lo aspetti.
Per questo gli economisti della Bce continuano a considerare il conflitto una delle principali fonti di rischio per l’economia europea.
Il meccanismo è il solito Quando salgono petrolio e gas aumentano i costi di produzione, crescono le spese di trasporto e finiscono per rincarare beni e servizi.
Alla fine il conto arriva nelle tasche delle famiglie.
Non si tratta soltanto della benzina o delle bollette.
L’energia entra praticamente in ogni prodotto dell’economia moderna, dal pane ai servizi digitali.
Secondo le stime della Bce, l’inflazione media nell’Eurozona dovrebbe attestarsi al 3% nel 2026 e al 2,3% nel 2027, per poi tornare finalmente al 2% nel 2028.
Una revisione al rialzo che spiega come il percorso verso la normalità monetaria sia destinato a richiedere più tempo del previsto.
A preoccupare Francoforte non è soltanto l’energia.
Sullo sfondo compare anche un’altra minaccia, meno spettacolare ma ancora più insidiosa: il cambiamento climatico.
Eventi meteorologici estremi, siccità, alluvioni e raccolti compromessi potrebbero provocare aumenti dei prezzi alimentari superiori alle attese.
In altre parole, oltre alla geopolitica, anche il meteo rischia di diventare una variabile decisiva per l’andamento dell’inflazione.
È un tema che la presidente della Bce, Christine Lagarde, aveva già richiamato nei mesi scorsi parlando del rischio di tensioni sul fronte alimentare.
Ora quella preoccupazione entra ufficialmente nelle previsioni dell’istituto centrale.
Significa che il problema viene considerato sufficientemente concreto da meritare una menzione speciale.
La conseguenza più immediata riguarda la crescita economica.
Quando famiglie e imprese devono spendere di più per energia e materie prime, resta meno denaro per il resto.
La Bce prevede infatti che nel breve periodo l’aumento dei costi energetici e il deterioramento della fiducia possano frenare gli investimenti privati.
Le aziende potrebbero rinviare progetti e programmi di espansione, mentre i consumatori potrebbero diventare più prudenti negli acquisti.
È il classico riflesso condizionato delle fasi di incertezza: si aspetta, si rinvia, si conserva liquidità.
Non tutto però appare negativo.
Francoforte ritiene che gli investimenti nelle tecnologie digitali continueranno a sostenere una parte dell’attività economica.
Allo stesso modo, la maggiore spesa pubblica destinata alla difesa e alle infrastrutture dovrebbe fornire un contributo importante alla tenuta degli investimenti complessivi.
In sostanza, mentre il settore privato rallenta, lo Stato prova a fare da ammortizzatore.
Una strategia che si sta osservando in gran parte d’Europa, dove i bilanci pubblici vengono chiamati a sostenere la crescita in una fase particolarmente delicata.
I numeri confermano comunque un quadro poco brillante.
La Bce prevede per l’Eurozona una crescita dello 0,8% nel 2026, dell’1,2% nel 2027 e dell’1,5% nel 2028.
Ritmi lontani da quelli necessari per parlare di vera accelerazione economica.
Anche gli indicatori più immediati raccontano una situazione di debolezza.
L’indice Pmi composito dell’area euro è rimasto per due mesi consecutivi in territorio di contrazione, segnalando un rallentamento dell’attività economica.
I consumi delle famiglie mostrano segni di affaticamento e gli investimenti stanno accusando il colpo dell’incertezza.
In altre parole, l’Europa continua a camminare con il freno a mano leggermente tirato.
Non abbastanza da fermarsi, ma nemmeno libera di correre.
In questo scenario la Bce difende la propria linea.
Il Consiglio direttivo ribadisce che continuerà a decidere riunione per riunione, senza impegnarsi in anticipo su un percorso prestabilito dei tassi di interesse.
La formula è sempre la stessa: dipendenza dai dati, prudenza e flessibilità.
Perché tra petrolio, guerre, clima e mercati energetici, le sorprese non sembrano destinate a mancare.








