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Antonio Patuelli (Presidente Abi): «Per evitare il rischio di un’Europa a due velocità è indispensabile riflettere sul ruolo dell’Eba»

«È indispensabile riflettere, soprattutto nel contesto successivo a Brexit, sul ruolo e sulle funzioni dell’Eba che non possono paralizzare o intralciare gli orientamenti dell’area dell’Euro con condizionamenti di singoli Stati nazionali che non ne fanno parte. Si tratta di una riflessione non eludibile e non rinviabile». Lo scrive il presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, Antonio Patuelli, in un intervento sul Sole 24 Ore, spiegando che in questa fase di grave pandemia si nota ancor meglio come l’Europa si stia muovendo a «due velocità».

«L’Unione Europea – scrive – è la cornice delle Istituzioni europee: in essa l’area dell’Euro sta procedendo più compatta e veloce. Lo evidenzia innanzitutto la Bce con le tempestive, ingenti ed efficaci misure monetarie che hanno stabilizzato l’Euro. Anche il ramo di Vigilanza della Bce sulle banche dell’area dell’Euro si è mosso con efficace tempestività e flessibilità rispetto alle necessità dell’emergenza finanziaria conseguenti alla pandemia. Invece, altri organismi europei, dove sono presenti tutti i ventisette Paesi membri dell’Unione Europea, hanno una minor capacità di realizzare cambiamenti e flessibilità di fronte alle emergenze».

«Un esempio di queste maggiori complessità decisionali è testimoniato dall’Autorità Bancaria Europea, l’Eba, che, dopo la Brexit, è composta da ventisette Paesi e ha come compiti principali quelli di adottare norme vincolanti per l’intero settore bancario dei ventisette Paesi membri. Insomma, per la definizione delle norme bancarie, l’Eba sovrasta anche la Bce, ma l’Eba è composta non solo dai diciannove Paesi dell’area Euro (fra cui Germania, Francia, Italia e Spagna sono i maggiori), ma anche da otto Stati che conservano le loro rispettive monete nazionali e Banche Centrali nazionali con connessi singoli organismi di Vigilanza bancaria», sottolinea Patuelli.

«Fra gli otto Stati non Euro, sei appartengono all’ex Europa dell’Est, fra cui alcuni, come l’Ungheria e la Polonia, che vivono fasi di acuto nazionalismo che certamente non favoriscono le decisioni dell’Europa a ventisette. L’Eba è, quindi, retta da un Consiglio di supervisione dove sono rappresentati i ventisette Paesi membri ed ha un organismo di gestione composto da soli sei membri, fra cui solo tre dell’area dell’Euro e ben tre dell’area non Euro, oltre ad un osservatore in rappresentanza della Commissione Europea. Dalla composizione di questi organi si evidenziano facilmente anche i condizionamenti reciproci che l’Europa “a due velocità” realizza in sé stessa, limitando o rallentando le iniziative della parte più innovativa dell’Unione Europea, cioè l’area dell’Euro».

Secondo Patuelli, «così si comprende meglio perché l’Eba, in questi mesi di pandemia, si è irrigidita su alcune tematiche bancarie come la proroga delle moratorie non assistite da garanzie pubbliche. Invece, l’orizzonte europeo deve essere consapevole che è in grave ritardo l’attuazione del documento del giugno del 2015 “Completare l’Unione economica e monetaria dell’Europa”. In tale documento si indicava l’obiettivo della ulteriore armonizzazione con standard comuni riguardanti principalmente i mercati del lavoro, la competitività, il contesto imprenditoriale, la pubblica amministrazione, taluni aspetti di politica tributaria come la base imponibile per l’imposta sulle società».

«In tale fondamentale documento dell’Unione Europea – prosegue – veniva solennemente stabilito l’impegno a proseguire nella costruzione dell’Unione bancaria perché le banche dei Paesi ad essa partecipanti debbono avere condizioni di parità, correggendo i margini di discrezionalità, ancora notevoli, esistenti a livello nazionale».

«Da questi indirizzi solenni discendeva e discende la necessità, innanzitutto, di armonizzare le norme dell’Unione bancaria europea anche attraverso Testi Unici di norme identiche per tutti i Paesi membri. Ma occorre anche che l’altra parte dell’Europa, ora ancor più nettamente minoritaria dopo Brexit, che procede più lenta verso le integrazioni comunitarie, non intralci la parte più avanzata, cioè l’area dell’Euro», conclude.

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