“Il sistema sanitario americano è scandaloso. Condizione economica, razza, genere, determinano ancora in buona parte le tue possibilità di sopravvivere. Ho vissuto brevemente in Europa e non potevo credere al lusso di andare facilmente dal medico e non avere lo stress di pensare che il responso e la cura dipendono prima di tutto da interessi economici. Certo, qui la pandemia sta facendo aprire gli occhi a molti. Ma non so se saremo in grado di cambiare le cose”.
Ad affermarlo, in un’intervista a ‘Repubblica’, il premio Pulitzer Anne Boyer che, nel suo libro ‘Non morire’, sulla malattia diagnosticatale a 40 anni e che nel maggio scorso le ha fatto vincere l’ambito premio, racconta del percorso esteriore e interiore relativo alla malattia.
“All’improvviso la malattia mi ha messo in balia degli altri – dice la scrittrice 47enne – I medici che decidevano come curarmi, gli affetti costretti a occuparsi di me. Sono entrata in un mondo parallelo e dalle regole ferree, dove non ero più la persona di prima. Un labirinto esistenziale dove ero guardata attraverso il filtro della mia fragilità, del mio corpo malato. Incastrata in una rete di dati statistici e interessi economici che prescindevano dalla guarigione”.
Boyer rivela di aver reagito nel suo personale modo. “Studiare è sempre stato il mio modo di reagire ai problemi. Come se sapere il più possibile potesse aiutarmi non dico a superare, ma almeno a gestire la situazione -dice – Ho avuto una reazione ossessiva: volevo leggere tutto quello che era stato scritto sulla malattia. Cercando di capire se chi aveva sofferto del mio stesso male poteva insegnarmi ad affrontare la mia nuova dimensione. Autrici come Susan Sontag, Kathy Acker, Audre Lorde hanno scritto libri magnifici sulla loro esperienza più difficile. I loro libri mi hanno spinta a misurarmi, anche io, col dolore, la confusione, la difficoltà. Cercando un senso da restituire al mondo”.








