«No, non è in gioco la libertà di culto o quella di pensiero. La nota diplomatica della Santa Sede contro la legge Zan chiama in causa la stessa laicità del nostro Stato, e quest’ultima evoca a sua volta una questione di diritto internazionale, non soltanto di diritto interno». Così Michele Ainis su Repubblica in un editoriale dove parla di «rapporti fra Stati sovrani, come ha osservato il presidente Draghi» e della «speciale posizione del cattolicesimo, l’unica confessione religiosa al mondo eretta a Stato».
«Ne deriva una somma di poteri ma ne derivano altresì vincoli e divieti, che in questa vicenda sono stati disattesi, violati, calpestati. A una garanzia in più (e quale garanzia!) fa da contrappeso un limite in più. E sia la garanzia che il limite discendono dall’articolo 7 della Costituzione, il manifesto laico dello Stato italiano. Perché da un lato conferma la validità dei Patti lateranensi, unica sopravvivenza del fascismo nella nostra Carta antifascista. Però dall’altro lato esordisce con una dichiarazione secca, perentoria: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”».
«Significa che Stato e Chiesa non hanno alcuna competenza a pronunciarsi sui rispettivi ordinamenti, poiché l’indipendenza è questo, è un obbligo di non interferenza nelle faccende altrui. Ed evoca perciò il fondamento stesso della laicità, che si traduce in ultimo nel “muro” fra Stato e chiese di cui parlava Thomas Jefferson, nel rifiuto verso ogni contaminazione di valori religiosi in tutto ciò che è pubblico, di tutti».
«E del resto, come reagirebbe a parti invertite il Vaticano? Giacché dopotutto qualche critica potremmo esprimerla anche noi, rispetto al loro modello di governo. Che non tutela la certezza del diritto, sepolta da un sistema di dispense e privilegi. Nega la libertà di culto, in nome della religione di Stato. Disconosce la regola della maggiore età (le leggi ecclesiastiche obbligano tutti i battezzati che abbiano compiuto 7 anni). Dove nessuna donna può diventare parroco, né papa. E che non riconosce infine la separazione dei poteri, dato che il pontefice è al vertice del potere legislativo, esecutivo, giudiziario. Noi, ovviamente, non ci permettiamo obiezioni. Ma non dovrebbero permettersi neanche loro, a obiettare sulle nostre scelte».








