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Tassa sui piccoli pacchi: il prelievo di 2 euro rischia di essere un dazio | L’analisi

La conferma della misura, nella legge di Bilancio, di un “contributo” di due euro sulle spedizioni provenienti da Paesi terzi con valore dichiarato non superiore a 150 euro suscita alcune perplessità, non tanto nel merito, quanto nella forma giuridica.

L’ipotesi di un ripensamento nei giorni precedenti il Natale era parsa una scelta prudente e coerente con i vincoli dell’Unione europea; invece la scelta di riproporre la misura nella Manovra approvata riporta in primo piano le criticità già emerse nel dibattito delle settimane precedenti.

Distinguiamo la sostanza dalla forma.

Il contrasto al fast fashion, e ai significativi costi sociali e ambientali che tale modello di consumo genera, è un obiettivo urgente e senz’altro condivisibile, sul quale tra l’altro concorda tutta la filiera italiana di settore.

L’idea di incidere con la fiscalità su flussi di beni caratterizzati da acquisti frequenti e di modesto importo, che vengono effettuati tramite il ricorso (a bassissimo costo) al commercio elettronico, è dunque ragionevole, e coinvolge ovviamente non soltanto l’Italia.

Proprio per questo è un tema da gestire con grande cautela.

La materia oggetto dell’intervento – i flussi di merci in ingresso nel territorio dell’Unione – presenta una natura intrinsecamente doganale e daziaria, da tempo competenza esclusiva dell’Unione europea.

Gli Stati membri non dispongono, in questo ambito, di autonomo potere impositivo: è preclusa l’introduzione di prelievi che, per struttura ed effetti, risultino assimilabili a dazi doganali o a misure di effetto equivalente.

Solo per restare ad esempi recenti, altri strumenti di fiscalità legata ai confini, come il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (il Cbam, che proprio il 1° gennaio di quest’anno è entrato definitivamente in vigore non senza polemiche – ma su questo torneremo), confermano che interventi sui flussi in ingresso nel mercato interno non possono che essere concepiti e gestiti a livello comunitario.

E infatti, tornando al tema dei pacchi, la tassazione di spedizioni di modesto valore provenienti da Paesi terzi è stata affrontata direttamente dall’Unione europea, che ha già delineato una proposta di un prelievo forfettario pari a tre euro sui pacchi di valore inferiore a 150 euro, che entrerà in vigore nell’ambito della riforma del regime doganale dell’e-commerce – verosimilmente il 1 luglio 2026.

La decisione italiana di procedere con una misura nazionale rischia di collocarsi fuori dal perimetro delle competenze statali.

Un contributo (o comunque lo si voglia denominare) applicato esclusivamente alle spedizioni provenienti da Paesi terzi espone infatti il nostro Paese alla eventualità concreta di una riqualificazione del prelievo come dazio doganale nazionale, in contrasto con il diritto dell’Unione.

Il tema è dunque delicatissimo nel rapporto dell’Italia con il diritto e le istituzioni comunitarie.

Ma vi sono ulteriori profili, che rafforzano le perplessità (per usare un eufemismo) sulla genesi e sull’efficacia della misura.

Il costo del contributo verrà traslato sul consumatore finale, con effetti regressivi sui consumatori a basso reddito.

Ma l’entità non sarà tale da scoraggiare gli acquisti, venendo così meno l’ipotizzato disincentivo per i modelli produttivi e distributivi delle grandi piattaforme globali del fast fashion.

E ancora, tornando al mercato unico.

Le merci provenienti da Paesi terzi, una volta immesse in libera pratica in uno Stato membro, divengono a tutti gli effetti beni unionali, e circolano liberamente all’interno dell’Unione.

Quindi le spedizioni destinate al mercato italiano che entrano nella Ue attraverso altri Stati membri non sarebbero assoggettate al contributo; di qui, anche se non nel breve, uno spostamento dei punti di sdoganamento verso altri Paesi dell’Unione, con perdita di gettito e di traffico logistico.

Concludendo.

Il tema è più che mai attuale e rilevante, nella misura in cui attiene all’impiego della leva fiscale per finalità extrafiscali, volte a incidere sui modelli di consumo e a correggere esternalità ambientali e sociali generate da fenomeni economici di dimensione globale.

Ma proprio la sovranazionalità del problema rende evidente come questi obiettivi non possano essere perseguiti attraverso interventi unilaterali.

E allora, se l’Italia – giustamente e meritoriamente – ritiene strategico incidere su questi flussi e sui modelli di consumo collegati, la soluzione non può che essere quella europea, con una presenza attiva e costante ai tavoli comunitari, per migliorare e introdurre il prima possibile la misura in tutto il territorio dell’Unione.

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