Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

Rimettete l’università al centro o il futuro sarà altrove | Lo scenario di Francesco Billari, rettore della Università Bocconi

“Scuola e ricerca sono una infrastruttura strategica.

L’Europa l’ha in parte capito: non potendo competere sulle risorse, lo deve fare investendo su persone e competenze.

Mentre l’Italia continua a rimandare le scelte.

La questione è ancora più urgente per un Paese che invecchia: serve un impegno per ampliare l’accesso e sostenere i percorsi di studio.

Anche gli atenei devono fare la loro parte.

Se crescita, sviluppo e sostenibilità sono davvero priorità, allora una conseguenza è inevitabile: la scuola, l’università e la ricerca devono diventare centrali.

Nel dibattito pubblico, sull’economia, sulla società”.

Inizia così l’analisi di Francesco Billari, rettore della Università Bocconi, dalle colonne di Affari e Finanza del quotidiano La Repubblica.

“Non come tema settoriale, né come voce di spesa da comprimere, ma come infrastruttura strategica per il domani.

In Europa questo messaggio sta lentamente passando.

In Italia, molto meno.

Negli ultimi anni l’Ue ha mostrato che è possibile essere ambiziosi su università e ricerca, tematiche sulle quali l’Ue ha in parte competenza.

Lo European Research Council, il programma Horizon Europe, Erasmus+ e le European University Alliances non sono solo strumenti tecnici: sono scelte strategiche che riconoscono nella scienza, nella cooperazione e nella mobilità del capitale umano un vantaggio competitivo strutturale.

Dove queste politiche sono state rafforzate, l’attrattività cresce, le reti scientifiche si consolidano, il talento circola, si alza la barra delle ambizioni.

Dove vengono indebolite o trattate come accessorie, il declino è rapido.

L’Europa ha di fronte a sé una sfida chiara: non compete sulla scala delle risorse naturali o sulla protezione dei mercati, ma sulla qualità delle persone e delle istituzioni.

È investendo sulle persone e sulle istituzioni, appunto, che si gioca il nostro futuro.

Pensare separatamente alla scuola, all’università e alla ricerca è un errore che molti Paesi stanno correggendo.

Continuare a farlo significa accettare una frammentazione che indebolisce tutti.

Per l’Italia questa sfida è ancora più urgente.

Il declino demografico riduce la base studentesca, la scuola non prepara la grande maggioranza degli studenti per l’università come fanno gli altri Paesi con pochi giovani, la mobilità internazionale sottrae talenti formati nel Paese.

Inoltre, la spesa pubblica in istruzione, università e ricerca resta strutturalmente inferiore a quella degli altri paesi con cui competiamo.

In questo contesto, continuare a trattare queste istituzioni come sistemi da amministrare – anziché come investimenti da guidare – è una scelta che ha conseguenze dirette sul nostro futuro.

Il punto non è solo quanto si investe, ma come.

Senza una visione di medio-lungo periodo, senza stabilità delle regole, senza politiche che incentivino l’accesso equo agli studi, la qualità della ricerca e l’internazionalizzazione, il sistema dell’istruzione, dell’università e della ricerca non può svolgere il ruolo di costruire il futuro.

La politica deve quindi assumersi la responsabilità di mettere queste istituzioni al centro, dando loro un orizzonte e non adattandole continuamente a priorità mutevoli.

Questa centralità va guadagnata anche dall’interno, e qui parlo in specifico del sistema universitario.

Gli atenei sono organizzazioni complesse, inserite in una competizione globale per studenti, ricercatori e risorse.

Senza capacità di programmare il proprio sviluppo, di investire in persone, ricerca e infrastrutture, di valutare l’impatto delle proprie scelte, l’autonomia rischia di ridursi a una formula vuota.

Governare il cambiamento è parte della missione accademica, non una sua deviazione.

In questo quadro si colloca anche il Piano Strategico 2026-30 dell’Università Bocconi, che definisce una traiettoria di sviluppo di lungo periodo fondata sul rafforzamento della ricerca scientifica, sulla centralità delle persone e su un’integrazione responsabile dell’intelligenza artificiale.

Una scelta che riflette l’idea di università come istituzione capace di anticipare le sfide, non solo di reagire ad esse.

C’è poi una responsabilità che riguarda direttamente il futuro del Paese: la mobilità sociale.

In Italia, l’accesso all’università resta fortemente condizionato dall’origine familiare e territoriale.

Ogni studente che rinuncia, ogni talento che non intercettiamo, è una perdita di potenziale economico e civile.

Investire in università significa anche ampliare l’accesso, sostenere i percorsi di studio, creare ambienti inclusivi.

La Bocconi punta a superare gli 80 milioni di euro all’anno, tra borse e agevolazioni per studenti, entro il 2030.

Non è redistribuzione: è crescita.

Se l’Europa ha iniziato a riconoscere nell’università e nella ricerca una leva strategica, l’Italia deve decidere se vuole esserne parte attiva o restare in posizione difensiva.

Mettere l’università e la ricerca al centro non è una concessione al mondo accademico.

È una scelta di politica industriale, sociale e demografica insieme.

È una scelta che richiede un cambiamento radicale nel sistema scolastico.

Continuare a rimandarla significa accettare che il futuro venga costruito altrove” conclude il rettore.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.