Una plastica biodegradabile può comunque produrre microplastiche.
Uno scontrino può entrare nella filiera della carta portando con sé sostanze indesiderate.
E nel mondo non esiste ancora un Paese che abbia realmente eliminato la necessità di smaltire una parte dei propri rifiuti.
Sono alcune delle questioni meno conosciute affrontate da “Rifiuti e Salute. Criteri di gestione, tecnologie e impatti”, il volume presentato a Montecitorio.
Quando si parla di microplastiche, l’immagine più immediata è quella degli oceani.
Ma la loro diffusione è molto più ampia.
Il volume ricorda come micro e nanoplastiche siano state individuate nelle acque, nell’aria, nel suolo, nella catena alimentare e, secondo gli studi scientifici esaminati, anche nel sangue, nella placenta, nelle urine, nel liquido follicolare, nelle placche aterosclerotiche e nel liquido seminale umano.
Un dato che non equivale automaticamente a dimostrare uno specifico effetto patologico: proprio per questo, sottolinea il volume, la ricerca è oggi impegnata a capire meglio quanto siamo esposti e quale sia l’effettiva rilevanza sanitaria di questa presenza.
C’è poi un aspetto meno intuitivo.
Il termine biodegradabile viene spesso associato automaticamente a qualcosa di innocuo per l’ambiente.
Il quadro scientifico è più complesso.
Il volume richiama studi secondo i quali alcune plastiche biodegradabili, proprio perché più facilmente frammentabili, possono generare microplastiche e interagire con contaminanti presenti nell’ambiente.
La questione, quindi, non è soltanto scegliere tra plastica tradizionale e bioplastica, ma valutare l’intero ciclo di vita del materiale, dal modo in cui viene prodotto a quello in cui viene raccolto e trattato dopo l’uso.
Un altro falso automatismo è pensare che tutto ciò che viene riciclato diventi necessariamente un materiale “pulito”.
Prendiamo la carta.
Durante produzione e utilizzo può entrare in contatto con inchiostri, colle, rivestimenti e altre sostanze.
Il volume richiama studi che hanno individuato oltre 50 sostanze potenzialmente problematiche che possono essere presenti nei prodotti cartacei riciclati, tra cui oli minerali, fenoli, ftalati e parabeni.
Un esempio particolare è il bisfenolo A, utilizzato anche nella carta termica degli scontrini e che può entrare nei flussi destinati al riciclo.
Il messaggio non è “non riciclare”: è esattamente il contrario.
Per riciclare meglio occorre conoscere e controllare anche la qualità di ciò che entra nella filiera.
E “Rifiuti Zero”?
È forse uno dei dati più controintuitivi contenuti nel libro: dall’analisi riportata nel volume emerge che nessun Paese ha raggiunto o si è avvicinato a una situazione nella quale non sia necessario ricorrere né alla discarica né al trattamento termico.
“Rifiuti Zero”, secondo l’impostazione proposta dal Rapporto, resta quindi un importante obiettivo verso cui tendere, soprattutto attraverso prevenzione, riduzione, riuso e riciclo, ma non descrive oggi una realtà nella quale ogni residuo sia scomparso.
Ed è proprio questo il filo conduttore del volume: sui rifiuti le risposte semplici funzionano bene negli slogan, molto meno nella realtà.
Per tutelare ambiente e salute occorre sapere cosa produciamo, cosa recuperiamo, cosa rimane dopo il recupero e come gestiamo ciò che non può più essere utilizzato.








