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Quota 100, sblocco dei licenziamenti e reddito di cittadinanza. Il bivio di Draghi che condizionerà le alleanze di Governo. La Fornero: «Ecco cosa farà»

Quota 100 sta alla Lega come il Reddito di cittadinanza sta ai 5 Stelle.

È normale che Salvini continui a difendere la sua creatura, un meccanismo introdotto nel 2019 e che sino a tutto il 2021 consente di andare in pensione sommando 38 anni di contributi ai 62 anni di età, anziché i 67 previsti oggi dalla legge Fornero.

Ed ora che si discute su come comporre la nuova maggioranza che sosterrà il governo Draghi, il leader della Lega sul tavolo della trattativa, oltre alla famigerata «flat tax», mette ovviamente anche Quota 100.

Come i 5 Stelle chiederanno di difendere il reddito di cittadinanza, come condizione imprescindibile per la futura maggioranza. Ma su questo punto una intesa con il Movimento pare più fattibile.

Una misura a protezione delle fasce più deboli in questo momento è quanto mai opportuna e su una riforma del provvedimento già all’interno del perimento del governo Conte II si era arrivati ad un accordo.

«A Draghi chiederei se vuole tornare a legge Fornero o Quota 100» continua a ripetere Salvini, che ora ne fa «una questione di libertà economica», un modo per «sbloccare le imprese».

Non la pensa però allo stesso modo però Confindustria: per il presidente Carlo Bonomi Quota 100 è infatti «una misura che serve solo ad appesantire il debito pubblico» e «che aggrava l’ingiustizia verso i più giovani».

Confindustria chiede anche di abolire il reddito di cittadinanza.

Certo che quando arriveremo al 2030 Quota 100 ci costerà la bellezza di 40 miliardi di euro, non piace nemmeno ai «guardiani dei conti», tema che trova certamente molto attento Draghi e categoria alla quale oltre a Gualtieri vanno iscritte anche la Banca d’Italia (il governatore Visco da subito ha espresso «riserve» su questa misura) e la Commissione europea.

Che ancora di recente, lamentando l’assenza di riforme all’interno del Recovery plan, ci ha chiesto «di attuare pienamente le passate riforme pensionistiche al fine di ridurre il peso delle pensioni di vecchiaia nella spesa pubblica».

Ma Quota 100 ha funzionato o no? Se lo chiede il quotidiano La Stampa che snocciola alcuni numeri.

“Se guardiamo ai numeri, non ha funzionato granché perché, complici le penalizzazione che al momento del lancio erano state taciute, rispetto al milione di beneficiari previsti nel triennio si arriverà a circa un terzo. Secondo le elaborazioni di «Itinerari previdenziali» a poco più di metà del triennio (settembre 2020) all’lnps sono arrivate in tutto circa 313 mila domande (92.200 da parte di donne e 221 mila di uomini) e ne sono state concesse 242 mila (69.600 donne, 172.600 uomini)”.

“E poi non ha nemmeno prodotto l’assunzione di quei 300 mila giovani all’anno che si aspettava il governo giallo-verde, perché semmai i giovani 300 mila posti in questi ultimi due anni li hanno persi” chiosa il giornalista Paolo Baroni.

Il superamento di Quota 100, prima che scoppiasse la crisi, era uno dei capisaldi della riforma a cui il governo giallo-rosso stava lavorando.

Il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo aveva insediato una serie di tavoli tecnici, compreso quello sulla separazione tra previdenza e assistenza, che sarebbe servito a dimostrare una volta per tutte all’Europa che il costo delle nostre pensioni è ben più basso di quel che si pensa.

“La legge Fomero va modificata in tre punti: occorre bloccare a 41/42 anni l’anzianità contributiva, bisogna uniformare le regole assicurando anche ai giovani assunti dopo il 1996 lo stesso trattamento di tutti gli altri” aggiunge Baroni.

E poi da Quota 100 si potrebbe passare a Quota 102.

E in molti sono convinti che anche Salvini darebbe l’ok, e questa forse potrebbe essere l’unica strada per un accordo tra Draghi e Salvini.

Molto critica sul punto proprio Elsa Fornero.

“Le forze politiche hanno, in questi anni hanno identificato il bene dell’Italia con il benessere momentaneo degli italiani, indifferenti alle conseguenze di medio termine delle loro scelte e giocando su illusioni, falsità, invettive, caccia ai “capri espiatori” spiega la Fornero.

“Draghi dovrà riuscire a convincere gli italiani che hanno perso il lavoro o che non l’hanno mai trovato se non in forma precaria, che l’uso prolungato del blocco dei licenziamenti anche là dove il lavoro non è più produttivo, rappresenta soltanto un’effimera soluzione del problema; che sussidi e ammortizzatori sociali, pur necessari, devono essere accompagnati da una seria attività di formazione e riqualificazione in modo da adeguare il bagaglio di conoscenza e di professionalità di chi cerca lavoro alla domanda delle imprese” ragiona in un editoriale pubblicato sul quotidiano La Stampa.

“Dovrà far sì che quei due milioni e mezzo di giovani che non studiano, né lavorano escano da una situazione che rischia di danneggiarli a vita, con l’offerta, attraverso centri per l’impiego finalmente professionalizzati, di motivazioni, assistenza e occasioni nuove di formazione, riqualificazione, lavoro”.

“Bisognerà anche convincere i lavoratori meno giovani che quota 100, come qualunque altro provvedimento di riduzione dell’età di pensionamento – se non per chi si trova in condizioni personali disagiate (per i quali si potrà rafforzare l’Ape social) – peggiora i conti dell’Inps, mettendone a rischio la sostenibilità, senza favorire l’occupazione dei giovani e anzi compromettendo le loro pensioni. Bisognerà convincere tutti che solo da una crescita sostenibile dell’economia, e non dalle promesse politiche, possono nascere buoni lavori e buone pensioni. Mario Draghi sa bene quanto sia nociva la diffusa “‘illusione del numero fisso di posti di lavoro”, secondo cui anticipare il pensionamento significa creare posti per i giovani” prosegue l’ex ministro del Governo Monti.

“I posti di lavoro aumentano, in realtà, solo grazie a nuovi investimenti e nuove competenze dei lavoratori, secondo la “logica dell’inclusione” e non della sostituzione. Occorre quindi regolare il mercato del lavoro in modo che, invece di creare nicchie riservate, apra le porte a tutte le persone, in condizioni di lavorare, per salute ed età. Questa logica non ha quasi mai fatto breccia nell’opinione popolare e nella classe politica ma i dati mostrano che là dove il tasso di occupazione dei lavoratori anziani è più alto, è maggiore anche quello dei giovani e delle donne, le due categorie oggi più penalizzate nel mondo del lavoro”.

“D’altronde Draghi, che conosce bene l’attività di ricerca della Banca d’Italia, è certamente al corrente di uno studio recente sulla riforma pensionistica del 2011 che, alzando in maniera incisiva l’età di pensionamento, impose alle imprese di tenersi lavoratori “anziani”. Non ne derive) una minore, bensì una maggiore domanda di lavoro giovanile” conclude la Fornero.

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