Il giornalista e scrittore italiano, Paolo Peluffo, è stato portavoce del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi dal maggio 1999 al giugno 2006. Nel 2006 è consigliere della Corte dei Conti. Dal novembre 2011 al maggio 2013, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per la Comunicazione e l’Editoria nel Governo Monti e Segretario Generale del CNEL dal 2018 al 2021. Il direttore dell’Osservatorio Giuseppe Caporale lo ha incontrato per un dialogo a tutto campo su PNRR, Rapporto BES e fiducia degli italiani nella politica.
Quale giudizio dà del PNRR? E cosa manca?
«Io do un giudizio complessivamente positivo del PNRR, perché, sotto il profilo del metodo, esso è una sorta di programmazione delle programmazioni, di cruscotto sinottico delle grandi programmazioni che, prima, tendevano a vivere singolarmente. Basti pensare al Dossier digitalizzazione, formazione e istruzione, energia, trasporti e così via. Ci ha costretto a fare ciò che gli articoli 41 e 48 della Costituzione indicano. Guardando ai numeri, nell’insieme si nota un Paese che nei dieci anni precedenti ha compiuto un grande sforzo di miglioramento, che in alcune aree è più evidente ma che ha riguardato l’intero Paese: è il caso, ad esempio, della gestione dei rifiuti, che ha conosciuto un netto miglioramento anche in alcune regioni del mezzogiorno, come la Sardegna o come la Campania che, pur non avendo raggiunto il target, sono notevolmente migliorate».
«Il problema è che il miglioramento non è sufficiente per colmare il divario competitivo con il resto del Paese. In particolare, è troppo lento nel settore dell’istruzione e della qualità del capitale umano. Il PNRR si propone di incide proprio su tali snodi. Ad esempio, sulla digitalizzazione, la pandemia ha fatto esplodere – se si confrontano i dati di oggi con quelli al 2019 – il ricorso a strumenti digitali nell’ambito di istituzioni e famiglie. Tuttavia, non siamo ancora nella media europea. Dove non riusciamo a migliorare è l’istruzione: il 63% degli adulti (14-65 anni) è diplomato, contro una media europea dell’80 %; i giovani (fascia 30-34 anni) laureati o comunque che possiedono un titolo di istruzione terziario in Italia, nonostante siano raddoppiati in 10 anni, sono solamente il 28%, contro una media europea del 42%».
«Utilizzare come bussola il rapporto BES (benessere equo e sostenibile) a mio avviso servirebbe a dare un senso di emergenza e di gerarchia delle politiche pubbliche, per la loro valutazione. Il BES è una fotografia del Paese, effettuata ogni anno e arricchita dall’ISTAT. Il BES consente di vedere, ad esempio, le tracce dell’austerity della pandemia. Si consideri la fotografia scattata degli effetti della pandemia, che ha ridotto di un anno l’aspettativa di vita (sino a quel momento in crescita). Ancora, la spesa per cultura e per il patrimonio paesaggistico: l’Italia spende 5 miliardi, la Germania 16».
«Alcuni comuni del nord-est spendono 27 euro pro capite, mentre gli omologhi del Sud spendono solamente 4 euro. Il trasporto pubblico locale: la Lombardia ha oltre 9.000 posti per ogni km di trasporto pubblico; al contrario, alcune regioni del mezzogiorno hanno un’offerta anche dieci volte inferiore. Questa fotografia del Paese è imprescindibile e dovrebbe diventare una sorta di rito laico annuale, tale da innescare, dopo la sua uscita in aprile, un dibattito pubblico che duri dei mesi».
Qual è il dato che ti ha impressionato maggiormente del Rapporto BES 2022?
«Registro anzitutto un miglioramento per quanto riguarda la parità di genere, a tutti livelli, con qualche eccezione. Gli aspetti nord-sud non sono tutti negativi: ad esempio, nella gestione del ciclo di rifiuti, nel numero di medici di medicina generale in cui il Sud sta meglio del nord. Si registra lo sforzo di tutti gli Enti nel migliorare. Non è un Paese statico. Ancora: l’Italia è il Paese più sicuro di Europa, con meno omicidi, femminicidi, furti e rapine degli altri grandi Paesi. Il civismo è a livelli critici, ma non è venuto meno. Appare molto negativo il dato per cui con la pandemia si è assistito ad un crollo della partecipazione alle attività culturali (lettura di libri, di giornali, frequentazione di biblioteche), che non è stato ancora recuperato integralmente. 600 tra musei e spazi espositivi hanno chiuso».
«Il BES è costituito in 12 domini. Il 12° dominio è generalmente quello dei servizi di pubblica utilità. Si nota al riguardo un miglioramento della possibilità di accesso ai servizi pubblici (indicatore 12.3). Tuttavia, con riferimento alla distribuzione dell’acqua si osserva che: in Calabria, 45 famiglie su 100 hanno avuto difficoltà di accesso alla distribuzione dell’acqua. Di contro, la copertura della rete di internet veloce è ancora bassa nel mezzogiorno e, tuttavia, è in miglioramento. Il livello di rinuncia alle prestazioni sanitarie – a causa dell’indigenza delle famiglie o dell’eccessiva lunghezza delle liste di attesa – è incrementato; tuttavia, gli squilibri regionali, pur importanti, non appaiono spaventosi. Il punto è che gli indicatori BES dovrebbero essere diffusi dai mezzi di informazione per non essere silenziosamente dimenticati nel dibattitto pubblico».
Rispetto al dibattitto pubblico in corso, qual è la distonia con i dati che emergono dal rapporto BES?
«I BES, per espressa scelta dell’ISTAT, a differenza delle precedenti rilevazioni (com’erano le cento Statistiche per lo sviluppo), non parlano di demografia. Essi sono più coerenti con il sistema di obbiettivi ONU e dell’U.E. Ritengo che il fatto di aver portato al centro del dibattito la crisi demografica sia un elemento positivo del dibattito pubblico di oggi».
«Non lo dico per la politica, ma per il sistema dell’informazione e dei media: il quadro emergente dai BES è quello di un Paese sicuro, con sole due aree (Lombardia e Lazio) dove il problema della sicurezza e della percezione di degrado urbano è più critico. Noi abbiamo la sensazione, invece, dal sistema dei media, di vivere in un Paese altamente insicuro, con molta delinquenza. Ad onore dell’impegno pubblico e della spesa in sicurezza, come risulta dai dati BES, gli italiani hanno fiducia soggettiva verso le forze dell’ordine e dei vigili del fuoco: il voto è 7, mentre verso il Parlamento è 5».
Come a dire che i cittadini si fidano più dei vigili del fuoco che della politica.
«Si, ma il problema è anche di formulazione delle domande. Si rischia infatti di predeterminare le risposte facendo riferimento a campi semantici diversi. Se si chiede se si ha fiducia nella “politica”, la risposta sarà una, più bassa; se si chiede se c’è fiducia nelle “istituzioni”, il risultato sarà più alto. In generale, il civismo e la fiducia nelle istituzioni non sono in calo; anzi, la pandemia ha rilanciato la fiducia nelle istituzioni».
Ciò anche in virtù delle grandi risorse che sono state stanziate per farvi fronte.
«Ben vengano tali risorse. Tuttavia, pur a fronte delle risorse per l’emergenza, la stabilizzazione di infermieri e ostetriche pro-capite non è stata sufficiente. Le aziende sanitarie sono state assai prudenti nell’aumentare l’organico, al di là delle vacanze e nonostante la facilitazione delle procedure di reclutamento. La prudenza che emerge dai numeri, pur non essendo l’ideale, mi pare essere il segno di assennatezza rispetto alle politiche di lungo periodo. In generale, ci tengo a sottolineare che gli indicatori BES vengono dalla famiglia degli indicatori OCSE e ONU, combinando dati da fonti di diverso genere (dati finanziari, dati da agenzie come Ispra, dati da valutazione soggettiva ricavati mediante intervista). Tornando su questi indicatori, vedo positivamente l’allarme sulla demografia, anche se rischia di giungere troppo tardi. Se non ci sarà un’inversione di tendenza, fra 20/30 anni ci sarà una crisi di solvibilità rispetto al servizio del debito pubblico».
«Manca, però, nel dibattito pubblico un’analoga sottolineatura dell’emergenza con riferimento all’istruzione, la cui situazione, come notavo in precedenza, appare assai grave, soprattutto in termini di divario tra percentuale di laureati italiani e media europea. Non è che manchino del tutto segnali positivi. Si prenda il sistema di formazione delle imprese e delle istituzioni pubbliche. Nel 2021, per esempio, questi soggetti hanno erogato una percentuale di formazione continua ai lavoratori superiore, per la prima volta, alla media europea; anche se poi nel 2022 siamo tornati al di sotto. L’urgenza della conoscenza nel settore produttivo è ben avvertita. Inoltre, i cosiddetti “inattivi” – chi non studia, non lavora e non partecipa a programmi di formazione – sono in diminuzione. Anche se va ricordato che l’austerity, il patto di stabilità, che rischia di diventare un patto di instabilità sociale, hanno bloccato i capitoli di spesa per la formazione della pubblica amministrazione».
«La parità di genere ha conosciuto un generale miglioramento, ma non in tutti i punti. Ad es., rispetto a chi svolge lavori poveri oppure lavori per i quali il livello di istruzione è ben superiore rispetto a quello necessario, si nota come il divario donne/uomini, giovani/adulti sia sfavorevolmente ampio per la prima categoria. Nell’insieme si nota un miglioramento. I trasporti hanno conosciuto un anno nero nel 2020. La soddisfazione verso il sistema dei trasporti manifestata dagli utenti, però, è in aumento. Quanto alla diffusione degli indicatori BES, ricordo che dal 2016 la legge ha introdotto formalmente all’interno del Documento di Economia e Finanza (DEF) un piccolo pacchetto di indicatori BES (12 su 152). Più della metà delle Regioni hanno considerato nei propri documenti di programmazione alcuni indicatori BES».
«Si tratta di una sorta di avvicinamento all’adozione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) che, pur previsti dalla Costituzione fin dal 2001, non sono poi stati di fatto mai definiti in troppi settori di spesa sociale e di servizi essenziali. Penso che ci dovrebbe essere una sorte di febbre dell’analisi degli indicatori, i quali sono il sale della valutazione delle politiche pubbliche. Noto invece più discussioni su aspetti teorici od ordinamentali. Secondo me è invece molto più interessante andare a vedere il singolo indicatore sull’istruzione e le differenze a livello regionale: per esempio, sugli occupati sovra-istruiti, dipendenti a basso reddito, soggetti che subiscono il part-time involontario (che è diminuito)».
Cosa ci dice il documento BES sulla politica industriale?
«Il documento ci fornisce dei dati interessanti sull’innovazione, in particolare sulla capacità di brevettare. Nel dominio 11 (Innovazione, Ricerca e Creatività) ci offrono spunti di grande interesse. L’Italia ha un livello medio di 80,7 brevetti ogni milione di abitante: la Lombardia 142,7; il Veneto 135; l’Emilia-Romagna, che è il best performing, ben 197. Tuttavia, si assiste a un crollo al 6,3 della Basilicata e al 10,6 della Sardegna. L’intensità di ricerca e la relativa spesa, in rapporto al PIL: l’obbiettivo europeo del 3% (del PIL) non è stato raggiunto nemmeno dalla media europea, che è del 2,3 %. Germania, Austria, Svezia, e Belgio hanno speso il 3%. L’Italia, nel 2022 ha raggiunto l’1,53% in ricerca e sviluppo ed è al 16° posto. In Italia il settore privato contribuisce per il 66% – contro il 70% minimo degli altri Paesi europei – alla ricerca e sviluppo».
«Nel periodo pandemico le PMI hanno tagliato le spese in ricerca e sviluppo, tranne le imprese del settore delle costruzioni. In quest’ambito, emerge dal documento che l’investimento in termini di prodotti di proprietà intellettuale vede l’Italia molto al di sotto la media dell’U.E. C’è una ripresa dell’occupazione nei settori delle imprese e dei lavoratori del settore della conoscenza. Si è ridotto l’esodo dei laureati all’estero. I dati sulla digitalizzazione sono in forte miglioramento. Molte imprese ricorrono all’e-commerce per la vendita dei propri prodotti. Tuttavia, si ricorre spesso alle Piattaforme multinazionali e non a strumenti sviluppati direttamente».
«Il 26,1 % delle imprese con almeno 10 addetti hanno venduto a consumatori finali tramite e-commerce. Tali dati hanno apportato un miglioramento strutturale. Nel valutare i dati occorre tenere conto sia del fattore pandemico, soprattutto per quanto riguarda il 2020, nonché del fattore di disturbo statistico Brexit. Questa ha costretto alla stabilizzazione di chi non si iscriveva prima all’AIRE. C’è – in Italia – un 44% di giovani sovra-istruiti per il lavoro che fanno: dovremmo fare di tutto per trattenerli».
Da un lato il documento BES riporta di un Paese che ha dei fondamentali in crescita, dall’altro, tra denatalità, debito pubblico, aumento dei tassi di interesse, tenuto conto del quadro macroeconomico generale, sembra che l’Italia non abbia prospettive rosee. No?
«Non saprei, nel senso che l’Italia ha stupito il mondo con una capacità del sistema produttivo di reagire in modo molto rapido e flessibile a due shock nel giro degli ultimi tre anni: il dato relativo al PIL del primo trimestre 2023 è straordinario; altrettanto straordinario quello del PIL 2021-2022. Verrebbe da dire che l’Italia, senza le regole vessatorie del Patto di stabilità e crescita del 2011 e 2013, fiorisce come un Paese di straordinaria energia».
Come ha inciso il Patto di stabilità?
«La sua sospensione ha portato alla sospensione dei procedimenti sanzionatori e con il disavanzo si sono potute effettuare le spese necessarie. Stiamo parlando di servizi ai cittadini, di sostegno alle imprese e al reddito. Il Paese ha ricominciato a spendere, a consumare e a produrre. L’austerity è sbagliata ed ingiusta: pensa alla sostenibilità del debito riducendo la spesa e comprimendo la crescita, ma questo ha dimostrato di essere il modo migliore per aumentare il debito, serve una svolta che consenta di ridurre il debito aumentando la crescita potenziale per un lungo periodo. Ora il turning point sarà la riforma delle regole di bilancio: se salveremo la possibilità di fare spesa per investimenti, come il PNRR prevede, questo Paese ha le carte per risalire la china».
Dunque, senza austerity l’Italia torna a crescere?
«L’Italia è già tornata a crescere. Ci sono i dati relativi a questo triennio. Il rischio è il ritorno delle regole di bilancio con una spesa per interessi che tenderà a crescere in misura davvero importante. Si deve considerare anche l’inflazione. L’inflazione di fondo mi pare piuttosto elevata, come non c’era da decenni, aldilà del fenomeno esogeno del costo dell’energia, che peraltro dovrebbe essere considerato come un mero cambiamento dei prezzi relativi e non tale da incidere sui tassi. Il debito pubblico italiano sta scendendo rapidamente».
«Nel breve periodo non vedo perciò grossi problemi. È però importante che non si deprimano i consumi che finora sono stati alimentati dal risparmio forzato del periodo pandemico. Mi pare che il settore dei servizi stia reagendo molto bene. Le previsioni sull’Italia dei grandi centri di previsione economica internazionale si sono da anni rivelate sbagliate. Ad un certo punto i previsori hanno smesso di sbagliare, perché hanno visto che davano previsioni sistematicamente più pessimistiche della realtà. Nel 2020 avremmo dovuto fare -12,5% di PIL e invece abbiamo fatto -8,9%. Situazione certo drammatica che non si verificava dalla guerra, ma non è la stessa cosa. Il tasso di ripresa è stato però impressionante. L’Italia è un Paese con grandi capacità, come emerge dagli indicatori BES, che non sono solamente economico-finanziari».
«Tuttavia, occorre intervenire in particolare sui colli di bottiglia. Prendiamo la salute. Il PNRR, e il fondo complementare, ha forse fatto poco sul tema del personale sanitario, ma è intervenuto ampiamente sulle strutture. Mettiamoci nell’ottica di un Commissario europeo: voi, italiani, avete l’aspettativa di vita più alta. Certo ci sono problemi di sedentarietà e alcolismo. I punti critici erano il numero di posti letto ad alta intensità, l’assistenza domiciliare degli anziani multipatologici e i posti residenziali per gli anziani non autosufficienti, oltre all’assistenza territoriale. Il sistema risulta buono. Diversamente, il sistema dell’istruzione è problematico. Il numero dell’Università – mi pare siano 75 – dimostra che abbiamo una grande infrastruttura. Tuttavia, dobbiamo chiederci come far produrre di più questa infrastruttura. Qualcosa sul diritto allo studio c’è nel PNRR. Il fatto di aumentare il numero dei dottorati di ricerca, che è conforme alla costituzione (art. 34, comma 4), è positivo».








