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[L’intervento] Luigi Balestra (presidente Riparte l’Italia): «La crisi della politica nell’Italia da ricostruire. I partiti non si dividano ma diano priorità all’interesse nazionale»

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Il periodo che stiamo vivendo si presta ad essere qualificato come emergenza atipica. È assente invero uno dei caratteri che vale normalmente a connotare le situazioni straordinarie: la temporaneità del loro dispiegarsi.

Avversità, come quella in atto, esigono una capacità di reazione che possa ambire a definirsi (almeno) proporzionata, sotto il profilo dell’intensità dell’azione politica e dell’arco temporale in cui è destinata dispiegarsi. Esse devono combattersi con la tenace consapevolezza che possono persino offrire opportunità per conseguire, attraverso l’innesco di meccanismi capaci di innovare, benefici non ipotizzabili in precedenza.

Risulta d’intuiva evidenza l’importanza del ruolo dei partiti in questa particolare fase storica, i quali sono chiamati a realizzare i plurimi e dirompenti bisogni, promananti dall’intera collettività, in un clima che sappia premiare scelte di assoluto merito, sia per quel che concerne i contenuti, sia con riguardo alle persone investite della responsabilità di realizzarli. Non potrà sfuggire che, al fine di conseguire integralmente gli ambiziosi obiettivi di cui al PNRR, sarà fondamentale abbandonare la logica della contrapposizione, la quale si rivela vieppiù deleteria allorquando fondata sulla mera posizione rivestita dai singoli o dai gruppi nello scenario politico.      

Le recenti dimissioni del Segretario del PD Zingaretti suscitano più di una riflessione in merito. La circostanza che esse siano state improvvise, cogliendo impreparati anche i vertici del partito, denuncia un malessere, dà conto di una situazione che, evidentemente, per chi ha compiuto quell’atto – cui si accompagna sempre una pregnanza simbolica non comune – non era più sopportabile.

Le chiavi di lettura di un gesto siffatto possono essere plurime, in qualche modo condizionate dall’angolazione prospettica adottata. L’analisi dello scenario complessivo può certamente condurre a evocare le difficoltà del partito nell’attuale contingenza, così come altre pur sostenibili ragioni.

V’è in ogni caso un dato oggettivo, sul quale il lettore attento è chiamato a indugiare: le motivazioni ufficialmente poste a fondamento delle dimissioni, mediante l’utilizzo di espressioni che irrompono nell’agone politico in modo deflagrante.

Si fa riferimento a un partito che, in tempi di pandemia, pensa a poltrone e a primarie; il tutto in un momento in cui è in atto una recrudescenza della pandemia e si avverte forte la necessità di avviare un processo di ripartenza che sappia infondere nuove speranze.

Le differenti concezioni esistenti all’interno del partito, così come formalizzate dall’appartenenza alle correnti, vengono additate negativamente per le modalità con cui esse concretamente si manifestano.

In modo certamente più felpato di quanto non fece Berlinguer quarant’anni or sono, nella storica intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari, viene riproposta la questione morale.

Riportando il discorso su un piano generale, che prescinda da uno specifico partito di riferimento, deve osservarsi come sul ruolo dei partiti, così come articolati in gruppi interni, si giochi una sfida fondamentale, sotto il profilo della corretta e virtuosa esplicazione dell’azione politica. I singoli gruppi, che valgono a comporre il mosaico dei partiti, rappresentano, ben inteso nel contesto politico, una risorsa, in quanto assicurano quel pluralismo, in termini anche di sensibilità, di cui le singole ideologie devono potersi alimentare al fine di giungere a concepire la scelta migliore, in relazione alla concreta situazione su cui sono chiamate ad incidere.

Affinché il ruolo dei gruppi possa connotarsi in termini di apporto decisivo, nel senso dianzi delineato, occorre nondimeno che il dibattito, al termine del confronto innescatosi in ragione delle idee differenti in campo, sia capace di approdare a una scelta condivisa, che abbia quale matrice inestirpabile la realizzazione dell’interesse della collettività. Solo seguendo un siffatto percorso l’azione politica potrà dirsi effettivamente al servizio degli individui che compongono lo Stato comunità.

Non pare ultroneo riflettere sul fatto che quella che stiamo vivendo dovrà connotarsi – se vorremo realmente coltivare l’anelito di una ripresa che sappia definitivamente porsi alle spalle la tragedia in atto – come stagione di rinascita paragonabile, chiaramente con i dovuti distinguo, a quella che si ebbe nel secondo dopoguerra.

Gli oltre 200 miliardi del P.N.R.R., infatti, rappresentano il terzo volano, sotto il profilo economico e sociale, storicamente offerto al sistema-Paese, dopo il Piano Marshall, avviato nella primavera del 1948 (“Piano per la ripresa europea”, anch’esso coinvolgente i principali Paesi del vecchio continente, di natura esogena) e il Piano Vanoni del 1955 (pienamente autoctono). Ebbene, in entrambe le due precedenti occasioni la “Politica del Paese” prevalse sulla “politica dei partiti”, con Presidenti della Repubblica e Presidenti del Consiglio adeguatamente supportati dai Leader delle due principali formazioni politiche. Questi ultimi, dopo aver sopito le pur ampie lacerazioni interne, avevano concordemente accettato un “patto di desistenza” per consentire, al Popolo italiano, dapprima di risollevarsi dal dramma sociale ed economico del secondo conflitto mondiale, quindi di porre le basi per il miracolo produttivo degli anni Sessanta.

Nel momento attuale la politica, tutta, è chiamata all’assunzione di un elevato profilo di responsabilità, affinché i fondamentali cardini attorno ai quali dovrà essere intessuta la complessa azione destinata ad alleviare le ferite prodotte dalla crisi sanitaria, possano trovare effettiva concretizzazione.

Solidarietà, coesione, superamento delle nuove e prorompenti diseguaglianze, creazione delle condizioni per uno sviluppo davvero sostenibile, sono valori che, nella loro intima essenza, non tollerano divisioni. Al tempo stesso, essi postulano concretezza dell’agire, l’adozione di scelte tempestive che li sappiano tradurre sul piano operativo. Diversamente il rischio è che si trasformino in meri slogan da sbandierare.

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