Il nostro unico obiettivo deve essere ritrovare la pace in Europa. Lo sostiene il presidente dell’associazione, Gianfranco Pagliarulo, nel suo intervento al 17/o Congresso nazionale dell’Anpi.
«È indispensabile affrontare subito l’emergenza attuale, la guerra. Ma prima vorrei dire che l’intero percorso congressuale è stato innervato dalla proposta di una grande rete unitaria, un’alleanza di tipo nuovo, per salvare l’Italia. Rilancio oggi questa proposta carica di ulteriori significati quando vogliamo e dobbiamo essere tutti uniti verso unico obiettivo: la pace».
«E aggiungo che, pur essendo stato pubblicato nel maggio del 2021, nel documento congressuale si individuavano con sufficiente chiarezza e lungimiranza le linee di tendenza dell’immediato futuro e gli stessi pericoli con cui oggi dobbiamo drammaticamente fare i conti. Siamo davanti alle miserie della guerra, cioè all’osceno spettacolo di morte quotidiana, e alla guerra delle miserie, cioè a una sconcertante informazione e al pericolo di una militarizzazione del dibattito pubblico; basti considerare su alcuni dei più importanti quotidiani italiani il misto di fake news e aggressioni verbali a chiunque si permetta di contraddire il loro verbo. Esattamente il
contrario della difesa dei valori occidentali di cui si dicono vessilliferi».
«Si attribuisce ad Eschilo questa frase: la prima vittima della guerra è la verità. Ciononostante, noi dobbiamo mantenere una visione alta delle cose, senza alcun ottimismo di maniera, ma in modo positivo e propositivo, perché, care compagne e cari compagni, cari amici, nonostante la tragedia che si sta svolgendo, è davvero possibile un altro mondo incardinato su di una parola trasversale. Fraternitè, dicevano i rivoluzionari del 1789, Fratelli tutti, titola l’enciclica di Papa Bergoglio, Su fratelli su compagni, ha scritto Filippo Turati nel testo dell’Inno dei lavoratori. E permettetemi un verso di tragica attualità: Di che reggimento siete, fratelli?”, scriveva Ungaretti nella sua poesia più famosa».
Lavorare per la pace non per la guerra
«Ecco, questa non è una prospettiva irrealizzabile, mistica, astratta. È una condizione di sopravvivenza che stiamo misurando nella pandemia, misuriamo e misureremo negli effetti del riscaldamento globale, abbiamo sempre misurato in tutte le guerre. Questo è l’orizzonte, che è possibile solo se qui ed ora pensiamo al dopo Ucraina, cioè se dopo le macerie immaginiamo la ricostruzione e in questa immaginazione lanciamo un messaggio di fiducia, contrastando lo scenario di una nuova guerra fredda o peggio, di qualsiasi espansione della guerra calda, di qualsiasi passaggio dall’equilibrio del terrore del 900 ad un terrore senza equilibrio. Più grande è il pericolo di guerra, più dobbiamo lavorare da oggi a partire dall’Europa, a un rilancio mondiale, di una nuova coesistenza pacifica in un mondo multipolare in cui tutti i Paesi e tutti i popoli possano vivere in pace e sicurezza».
Serve responsabilità
«Per questo nel tempo straordinariamente drammatico che viviamo vorrei lanciare ad ogni forza operante nel nostro Paese un appello alla responsabilità. La mattina del 24 febbraio, a poche ore dall’inizio dell’invasione, la segreteria nazionale dell’ANPI riunita in sessione straordinaria, ha approvato un comunicato che inizia così: “Sì, non è in discussione, perciò, la condanna irreversibile dell’invasione russa, le violenze imperdonabili, la piena e concreta solidarietà col popolo ucraino e il suo diritto alla resistenza, la necessità di un’azione di contrasto al prosieguo della guerra, la preoccupazione e l’allarme per le conseguenze sul piano internazionale di tutto ciò che sta accadendo».
L’Anpi contro l’invio delle armi
«È in discussione questa o quell’azione che deriva da queste convinzioni ma specialmente come ne discutiamo. In realtà da quel drammatico 24 febbraio in poi si è avviata una polemica debordata in particolare dal giorno in cui il Parlamento italiano ha deciso l’invio di armamenti in Ucraina. In tanti, fra cui l’Anpi, non hanno condiviso questa scelta. Ma il bersaglio delle polemiche si è incentrato sull’Anpi. È urgente uscire da questo infecondo terreno. Abbiamo discusso della critica all’invio di armamenti nei congressi dell’ANPI che si sono svolti da quel giorno, fra cui Roma e Milano e in varie altre riunioni, e abbiamo registrato il consenso attivo alle nostre posizioni della grande parte dei compagni, fra cui tanti partigiani».
«Ma si sappia che l’ANPI non è una caserma ma una casa, è un’associazione plurale in cui, per nostra fortuna, ci possono, aggiungo, ci devono, essere opinioni diverse. Si chiama democrazia e ne siamo orgogliosi. Lo dico chiaramente: vogliono fomentare contrasti fra partigiani e generazioni successive, o addirittura fra i partigiani? Hanno capito male. Noi, l’Anpi, con opinioni anche diverse su questo o quel problema, siamo più uniti che mai. Se condanna fermamente l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa. È un atto di guerra che nega il principio dell’autodeterminazione dei popoli, fa precipitare l’Europa sull’orlo di un conflitto globale, impone una logica imperiale che contrasta col nuovo mondo multipolare, porta lutti e devastazioni».
Divide l’Anpi
«Ribadiamo con la massima energia questa condanna inappellabile, perché contrasta con i principi universali di libertà e democrazia che sono anche i fondamenti ideali dell’Anpi. Se qualcuno crede di dividere l’Anpi ha sbagliato tutto nella vita. Peraltro, com’è naturale, c’è in generale su questi temi drammatici una diffusa e virtuosa dialettica. Per esempio, abbiamo registrato con piacere autorevolissime voci contro il ciclopico aumento delle spese militari in partiti che alla Camera hanno votato a favore. È la democrazia, bellezza».
«Dunque, invitiamo testardamente tutti quelli che la pensano come noi, che sono tantissimi e tutti quelli che non la pensano come noi, politici, giornalisti, saggisti, a evitare il terreno dello scontro e a scegliere, invece, la linea del confronto tra posizioni. Noi rispettiamo ma esigiamo di essere rispettati. Ribadiamo perciò, in piena autonomia, le nostre opinioni, le nostre posizioni e specialmente le nostre preoccupazioni».
Cercare di capire
«La condanna dell’invasione è irrevocabile. Ma dobbiamo cercare di capire. Per questo è un errore ignorare o minimizzare la recente storia ucraina, da Maidan alle formazioni naziste ucraine, alla Crimea, al Donbass, alle interferenze russe, al ruolo dell’Unione Europea, della NATO e degli Stati Uniti, alla strage nazista alla Casa dei Sindacati di Odessa del 2014 a tutto quello che è successo ad est negli ultimi vent’anni. A nostro avviso sbaglia chi guarda l’albero e non vede la foresta.
Per tutte queste ragioni non diamo scomuniche e non accettiamo scomuniche. Operiamo per l’unità senza nascondere le legittime differenze».
Una guerra senza precedenti
«Quello che sta succedendo cambia infatti l’Europa e il mondo. Questa guerra nel suo specifico contesto non ha precedenti nella storia del dopoguerra e ci costringe perciò a pensare l’impensabile, cioè a misurarci con una situazione che, nel suo crudo effettuarsi quotidiano, non era mai stata prevista né francamente prevedibile. Ed ha proprio ragione Papa Francesco quando condanna l’aggressione russa e afferma: “ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato”».
«Si è traumaticamente disfatto l’ordine europeo avviatosi con la caduta del muro di Berlino. Quest’ordine, genericamente chiamato liberale o liberal-democratico, a sua volta non aveva mantenuto le promesse della caduta del muro. L’idea di un mondo multipolare, governato da una nuova coesistenza pacifica causata dalla scomparsa dei blocchi contrapposti era stata ripetutamente picconata da una serie di eventi di varia natura, ma in particolare di ordine bellico: la prima guerra del golfo, la guerra nei Balcani e nel Kosovo, la successione di guerre di invasione in Afghanistan, ancora in Iraq e poi in Libia. E infine in Siria».
Il nuovo ordine mondiale
«L’ordine europeo è stato infranto dai carri armati russi, ma il nuovo ordine che si prospetta davanti a noi non è affatto quello di un’Europa pacificata e portatrice essa stessa di coesistenza pacifica, accogliente rispetto al fenomeno epocale della migrazione, di una promozione di una nuova stagione di diritti sociali, di un nuovo tempo di solidarietà e fratellanza fra i popoli, di una riconquistata centralità del lavoro in un più generale superamento di un sistema economico sociale che si è rivelato ingiusto e inefficace. Al contrario l’Unione Europea di domani si che hanno prodotto la situazione attuale non per giustificare ipocritamente l’intervento russo, ma le cause e il contesto per porre all’ordine del giorno questioni capitali: nuovo ordine mondiale, sistema di sicurezza collettiva, cooperazione e coesistenza pacifica».
Il pericolo della Grande Russia
«Con Putin la Russia da tempo ha avviato un profondo processo di arretramento democratico caratterizzato sì da un presumibile consenso popolare, ma anche da epurazioni, repressioni della libertà di stampa e di manifestazione e dall’oscura morte di oppositori politici. Putin opera in particolare nell’ultimo decennio nella ricostruzione di una sfera d’influenza della Federazione russa dal Caucaso al Medio Oriente in una visione, a giudicare dai suoi recenti discorsi, di uno specifico nazionalismo, a vocazione imperiale, incardinato sull’idea Grande Russa».
«Si presenta con tratti oscuri ed inquietanti, ma per alcuni aspetti più coesa davanti alla percezione di un pericolo proveniente dall’Est. Un continente diviso in due: da un lato la Russia e i suoi pochissimi alleati, dall’altro l’Unione Europea. La stessa struttura della NATO che fino a qualche settimana fa appariva obiettivamente obsoleta ed indebolita, ma assieme arrogante per i suoi ripetuti interventi in missioni e teatri del tutto estranei alle sue finalità di esclusiva difesa degli Stati aderenti, ha trovato presumibilmente una nuova legittimazione internazionale a causa dell’aggressione russa».
Nuovo ordine oscuro
«Le conseguenze del conflitto, delle sue reazioni e controreazioni, mi riferisco in particolare alle sanzioni, saranno pesantissime dal punto di vista economico e sociale sia in Russia che nei Paesi dell’Unione Europea e ovviamente in Italia. Alla radice di questo disastro c’è un Paese – ho già detto – con una forte propensione imperiale derivata dalla sua lunga e per molti aspetti drammatica storia che in palese violazione del diritto internazionale, e col suo carico di distruzioni e di vittime, di un popolo a cui esprimiamo vicinanza e totale solidarietà, invade un Paese molto meno potente; questo Paese a sua volta è fortemente nazionalista, ha una presenza dichiarata di formazioni filonaziste prima ignorate ed oggi minimizzate in occidente, è insanguinato da una guerra civile che dura dal 2014».
«Non dimentichiamo, infine, le tensioni presenti nei Balcani dove la guerra in corso può determinare ulteriori imprevedibili conseguenze fra e nei Paesi della ex Jugoslavia, in particolare in Bosnia-Erzegovina, in Kossovo, Paesi con forti tensioni nazionalistiche ed etniche. Per non parlare della Serbia che non ha affatto dimenticato quasi tre mesi di bombardamenti su Belgrado nel 1999. Ci aspetta quindi un nuovo ordine ancora in parte oscuro nel caso in cui in qualche modo si giunga a un negoziato che stabilisca un nuovo statu quo ad oggi, ancora, imponderabile; ma c’è un secondo scenario che è irresponsabile sottovalutare e cioè che per una qualsiasi ragione il conflitto si estenda».
«Qui c’è il crinale che distingue le posizioni dell’Anpi, di un larghissimo schieramento pacifico e pacifista italiano e di tanta parte del mondo cattolico a cominciare da “L’Avvenire”. Qual è il punto di non ritorno, la scintilla che può fare esplodere una guerra di dimensioni più ampie? È chiaro che qualsiasi sanzione può essere letta dalla Russia – anzi è già stata letta – come un gesto di ostilità, come confermato dalla polemica di pochi giorni fa contro il governo italiano».
Atto di cobelligeranza
«Ma l’invio di armi da parte di Paesi non belligeranti ad un Paese belligerante, ancorché per difendersi da un’invasione, si può interpretare da parte dello Stato invasore come un atto di cobelligeranza e comunque alza ulteriormente il livello della tensione internazionale. Ecco la ragione della nostra critica a una scelta che abbiamo giudicato pericolosa, anche perché può innescare lo spaventoso domino dell’estensione della guerra e mettere in discussione la nostra sicurezza nazionale».
«Preoccupa l’impegno assunto l’altro ieri da Draghi per l’ulteriore invio di armi e soldati oltre che la frettolosa e imperativa richiesta di far entrare l’Ucraina nell’Unione Europea seminando così tensioni in tanti Paesi dei Balcani e non che da anni hanno avanzato la loro candidatura. Ed ecco – aggiungo – la ragione della contrarietà che abbiamo sul programma di riarmo rafforzato recentemente approvato dalla Camera».
«Che l’Ucraina da tempo sia stata riempita di armi dalla NATO lo sanno tutti. Lo ha confermato Jens Stoltemberg, segretario generale della NATO, sul Corriere della sera del 17 marzo: “La NATO per anni ha fornito supporto agli ucraini mettendo a disposizione equipaggiamento militare e addestrando migliaia di truppe che ora sono in prima linea”».
Innescata escalation
«Qual è stato poi l’effetto dell’invio degli ulteriori armamenti occidentali di questi giorni? L’attacco missilistico russo ai convogli con tali armamenti a Leopoli, e dunque l’estensione del teatro bellico, con nuove vittime e nuove distruzioni. Bel risultato! Una risposta militare ad un’azione militare, una ulteriore escalation».
«La domanda da porsi, nell’ambito di un piano di aiuti da inviare agli ucraini, è perciò quale sia la linea rossa da non superare, oltre cui c’è il rischio di una conflagrazione. L’invio di armamenti è sicuramente nei pressi della linea rossa, perché le sanzioni parlano il linguaggio dell’economia, ma le armi parlano solo il linguaggio della guerra e, assieme all’aumento del budget militare, ci avvicinano al coinvolgimento diretto del nostro Paese. Per di più ci danno ragione i sondaggi in base a cui la maggioranza degli italiani non condivide la decisione di inviare armi in Ucraina, sondaggi totalmente rimossi nel dibattito pubblico».
Onu latitante
«Sia chiaro che questo è solo un episodio su cui non è opportuno attardarsi. La situazione è un continuo precipitare. E noi abbiamo l’obbligo di guardare avanti. Tutto ciò, infatti, avviene in uno scenario in cui l’ONU è sostanzialmente latitante e l’Unione Europea non si è mai presentata come un soggetto terzo negoziatore. Ripeto qua le parole che ho sentito al congresso dell’ANPI di Roma dal compagno Aldo Pavia: “In una guerra non ci sono né vincitori né vinti, ma solo superstiti”, a maggior ragione, aggiungo, sotto la spada di Damocle del nucleare».
Piano inclinato
«Lo scontro di civiltà fra oriente e occidente evocato da Putin, la violenza e l’estensione delle battaglie in Ucraina, gli insulti pesantissimi di Biden verso Putin e la sua risposta, il ritorno sfrenato del nazionalismo, l’ossessiva spinta alla no-fly zone, i toni isterici sia della Russia che dei Paesi Ue, le fake news reciproche, persino le parole sul razionamento da parte di Draghi ci provano che il piano inclinato si sta inclinando sempre più e sempre più velocemente».
«Alla fine del precipizio c’è una sola parola: guerra. Ricordo che la corsa agli armamenti ha già portato a due guerre mondiali. Per favore, fermatevi. La guerra non è inevitabile. Ci confortano le quotidiane parole di Papa Bergoglio. Aggiungo un concetto: dal giorno dell’invasione l’Unione Europea e l’Italia hanno risposto in modo frenetico ad ogni mossa militare russa, accettando così la sua agenda. La domanda è: come capovolgere la situazione presentando una agenda europea e italiana? Come uscire dall’angolo?».
Massimo degli aiuti umanitari
«Certo, ribadiamo con profonda determinazione la piena condivisione del massimo degli aiuti umanitari al popolo ucraino, dell’organizzazione solidale dell’accoglienza ai profughi, di un sistema di sanzioni intelligente e non suicida. Ma per tornare ad essere protagonista, occorre che l’Unione Europea apra una un’altra strada, e si faccia perciò soggetto di due iniziative: una trattativa seria e una proposta nuova di prospettiva. L’alternativa è solo la guerra».
«Viviamo in un tempo in cui prima la crisi economica, poi la pandemia, oggi la guerra hanno oscurato il significato della politica. Ecco, noi dobbiamo rilanciare la politica come alta capacità di soluzione dei problemi, governo dei processi sociali, composizione delle controversie internazionali. Tornare alla politica vuol dire cogliere ogni occasione per spegnere l’incendio che, nelle sue proporzioni maggiori, vedrebbe l’Ucraina come campo di battaglia di un conflitto di dimensioni internazionali. Qui ed ora la politica è la trattativa per la pace in Ucraina. Lo dico con le parole di un gagliardo compagno di Milano, Nicola Croce: alla terza guerra mondiale preferiamo la prima pace mondiale!»
L’Europa riscopra ruolo terzo
«Proprio perché viviamo in un drammatico momento, occorre lavorare ad un nuovo ordine europeo (e mondiale) che scardini le prospettive di chiusure, tensioni, incomprensioni, forse nuovi conflitti. L’ANPI lancia l’idea perciò che l’UE si faccia portatrice di una proposta rivolta a tutti i Paesi europei non UE che a) aggiorni e ribadisca i dieci principi fondamentali degli accordi di Helsinki del 1975 a cominciare dal riconoscimento dell’inviolabilità dei confini nazionali; b) stabilisca un’ampia zona smilitarizzata e denuclearizzata lungo tutta la fascia di confine fra la Russia e gli altri Paesi c) avvii un processo di diminuzione controllata di tutti gli armamenti nucleari in Europa e nel mondo».
«Per questo l’Unione Europea deve essere rappresentata con una sola voce, con un suo seggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e farsi promotrice di una più generale riforma dell’ONU restituendo all’organismo sovranazionale la sua funzione, oggi drammaticamente assente, di mantenere la pace, la sicurezza internazionale e la composizione dei conflitti».
Dismissione della Nato
«Si è avviata una discussione su di un sistema di difesa europeo. Occorre che ne siano esplicitati e chiariti gli obiettivi, che dovranno essere mirati alla esclusiva difesa interna del territorio dell’Unione e dei suoi Stati membri ed esternamente solo al mantenimento della pace ed esclusivamente su mandato dell’ONU nella consapevolezza che troppe volte, ormai da più decenni, missioni militari di guerra sono state presentate come interventi a difesa dei diritti umani o di interposizione».
«Ma va contrastata la tendenza, oggi prevalente, a considerare il futuro sistema di difesa come aggiuntivo alla NATO avviando una riflessione sul suo ruolo. Le ragioni originarie della NATO sono venute meno essendone caduti i presupposti storico-politici col crollo del Muro di Berlino. Nel nuovo mondo multipolare e nella prospettiva di un sistema di difesa europeo è perciò ragionevole una progressiva dismissione delle strutture NATO».
La nuova resistenza, democrazia militante
«Da ciò deriva per parte nostra la spinta a una nuova narrazione della Resistenza che non si limiti all’informazione e all’enfasi su ciò che è avvenuto nei 20 mesi, dall’8 settembre al 25 aprile, ma che da quella memoria tragga la linfa di un impegno civile teso all’inveramento delle premesse e delle promesse costituzionali».
«Da questo punto di vista credo che sia giusto definire il nostro come l’impegno di una democrazia militante, che in questa militanza non smarrisce mai la capacità di visione. Si è parlato in tanti congressi del sogno dei partigiani, un sogno che effettivamente si realizzò attraverso la sconfitta del nazifascismo, la Costituente e la Repubblica. A ben vedere il sogno è la visione del futuro. Possiamo definire il sogno partigiano come un insieme di valori reciprocamente connessi: liberazione, libertà, democrazia, eguaglianza, lavoro, solidarietà, pace. Conserviamo quei valori in tre parole: Resistenza, Costituzione, Antifascismo. La Resistenza è la storia di quei valori. La Costituzione è lo scrigno che li conserva. L’Antifascismo è lo strumento per conseguirli».
Il sogno partigiano
«Ma, sia chiaro, il sogno partigiano, il nostro sogno non ha nulla di irrazionale, mistico, romanticheggiante. Viceversa, si muove su basi logiche, analitiche, critiche. Il sogno, l’orizzonte di un moderno antifascismo che inveri nel nostro tempo i valori chiave della Resistenza, è quello di una società che collochi definitivamente la guerra nella preistoria del genere umano. Una società di liberi e liberati, una società di diversi ma eguali, una società dove il lavoro sia il mezzo attraverso il quale l’umanità realizzi se stessa perché è l’unica specie vivente in grado di creare il lavoro come creazione dunque e non come sfruttamento».
«Una società governata da un sistema di democrazia, dove i rappresentanti rappresentino davvero i rappresentati e dove i rappresentati partecipino alle scelte dei rappresentanti, una umanità unita per la sopravvivenza del genere umano davanti ai quattro cavalieri dell’apocalisse del tempo che attraversiamo: la pandemia, il riscaldamento globale, la crisi economica, la guerra».
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