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Non sarà un ponte o un’autostrada a salvare il Sud | L’intervento di Aldo Berlinguer, Presidente dell’Osservatorio sull’insularità e le aree interne di Eurispes

In un recente convegno, dedicato al capitale umano, veniva evidenziato come la nostra società viva una deteriore deriva individualistica che non consente a famiglie e imprese di fare squadra tra loro e ad ampi territori di superare la loro arretratezza. Il diffuso individualismo sarebbe anche alla base del nostro decremento demografico e del nostro nanismo imprenditoriale, da cui il noto adagio che, in Italia, le società si fanno con numero dispari di soci e già tre sono troppi.

In effetti, l’individualismo è un fenomeno atavico, da queste parti, che produce nefaste ricadute. Ce lo ricorda anche il nostro inno nazionale: “Noi siam da secoli calpesti e derisi perché non siam popolo, perché siam divisi”. E lo evidenziano i dati di oggi.

Basti guardare al rapporto tra debito pubblico e ricchezza privata: siamo infatti molto attenti a preservare i nostri patrimoni personali, meno a governare, ottimizzandola, la spesa pubblica. E così è anche per l’evasione fiscale: scarsa l’importanza percepita dell’erario pubblico rispetto alla diffusa ingordigia per quello privato. Del resto, non fanno eccezione i tanti, piccoli gesti della vita quotidiana, come la cicca buttata per terra, l’irrefrenabile tentazione di saltare la coda o l’avventore che, al bar, arraffa manciate di dolcificante e se le porta via (infatti i baristi lo hanno tolto dal bancone). E ci sorprendiamo pure quando in altri Paesi (come l’Austria) notiamo, attaccati ai lampioni, i panieri dei quotidiani in vendita: il passante prende il giornale e lascia la moneta nell’apposito contenitore.

E la politica cosa fa? Si adagia, ovviamente. Infatti, l’Italia è la patria del clientelismo, dove alle elezioni spesso non si vota un progetto, una visione di società migliore. Si vota sovente qualcuno che ti dà qualcosa in cambio: un favore, una raccomandazione, un posto di lavoro. Così quello elettorale diventa un rapporto di scambio: do ut des, la quintessenza dell’individualismo.

Il problema è quindi diffuso e arcinoto. Ma il paradosso è che, come insegnano alcuni sociologi (uno tra tutti E.C.Banfield, nel suo “Le basi morali di una società arretrata” Il Mulino 1976) le più massicce dosi di individualismo si concentrano al centro-sud, paradossalmente proprio dove, in territori meno popolati, c’è maggior esigenza di coesione, di “fare squadra”. Non fanno eccezione le isole, i cui abitanti sono proverbialmente noti come “pocos, locos, y mal unidos”: non riescono infatti, spesso, ad unire le forze in vista di benefici comuni.

Ecco, dunque, dove il dibattito sul tema mi pare fuori bersaglio. Spesso la responsabilità viene attribuita alle scarse infrastrutture, all’isolamento fisico, a ragioni storiche. Meno spesso riusciamo ad ammettere che la principale ragione dell’arretratezza, assai diffusa nel centro-sud Italia, è la mentalità di chi vi abita. E l’isolamento, che pur risponde ad una oggettiva condizione morfologica di alcuni territori, come le isole, non è solo fisico ma anche mentale. Non a caso Pirandello diceva che i siciliani sono isole nell’isola, cioè hanno una mentalità talmente individualistica e refrattaria al bene comune, da essere due volte isolani.

Non sarà dunque un ponte o un’autostrada a riscattare la condizione dei territori arretrati del Mezzogiorno, quanto importanti iniezioni di comunitarismo nelle vene (e nelle menti) dei suoi abitanti. In questo il capitale umano va coltivato ed arricchito. E non sarebbe male che tutti coloro che detengono, a vario titolo e grado, le leve della formazione (anche non convenzionale), dessero, in questo senso, il loro contributo.

“Un paese ci vuole – scriveva Pavese (La luna e i falò, Torino 1950)- non fosse che per il gusto di andarsene via”. E aggiungeva: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

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