Si parla sempre di modelli stranieri (quello inglese, quello francese) a cui dovremmo ispirarci, osserva Mario Ajello sul Messaggero. Si va sempre alla ricerca, fuori dai confini nazionali, del sistema politico che sarebbe perfetto o migliorativo, e quindi da importare, per rendere più funzionante la nostra democrazia. E se invece, per una volta, guardando a quanto avviene fuori, provassimo a pensare che il modello italiano non è così male e in fondo varrebbe la pena inorgoglirci di questo, stando sempre bene attenti però a voler perfezionarlo?
L’esterofilia del prestami il tuo modello please, anzi s’il vous plait, è una forma di provincialismo (ora a sinistra va forte l’esempio francese da Fronte Popolare e del melenchonismo «insoumise» cioè «indomito», grillo-trotzkista e naturalmente inconcludente) che non meritiamo di infliggerci. Il modello italiano può vantare anzitutto una sinistra che non ha bisogno di scimmiottare le pose combat dei cugini d’Oltralpe, perché imperniata su un Pd che è comunque erede, ma guai a sprecare il lascito, di tradizioni riformiste e ha esponenti, guarda caso i più votati alle ultime Europee, che si collocano nel progressismo non radicaleggiante e tendente invece alla serietà.
E dall’altra parte, questo modello italo-italiano presenta una destra assolutamente presentabile (si ve- da, per ultima, la lettera di Meloni contro i comportamenti intollerabili dei giovani del par- tito: «Non c’è spazio in FdI per posizioni razziste o antisemite, come non c’è spazio per i nostalgici dei totalitarismi del ‘900») e impossibile da sottoporre all’operazione che s’è vista in Francia. Quella della «diabolisation», ovvero della demonizzazione di Le Pen e di Bardella che, accompagnata al catenaccio elettorale nelle varie circoscrizioni, un gioco questo sì all’italiana nel vecchio senso calcistico del termine, ha determinato la sconfitta della destra considerata diabolica e da esorcizzare ricorrendo a ogni stratagemma di collegio e di palazzo consentito dalle regole elettorali.








