Una maggioranza stabile e un governo coeso. Saranno questi i parametri con i quali Sergio Mattarella valutera’ i passi che dovranno seguire alle dimissioni di Giuseppe Conte.
La prassi e i precedenti prevedono che dopo le dimissioni del presidente del Consiglio il Capo dello Stato indica le consultazioni dei gruppi, che potranno essere accompagnati dai leader di partito o di coalizione.
Saranno sicuramente consultazioni lampo, perche’ piu’ volte il Presidente ha richiamato tutti a diradare rapidamente le incertezze, ma il sondaggio dei gruppi di Camera e Senato viene considerato da Mattarella necessario anche per rispetto del Parlamento.
Tocchera’ adesso a Mattarella capire se sia possibile dare una maggioranza stabile e un governo coeso al Paese, necessario per uscire dalla pandemia.
Una crisi al buio nel bel mezzo della pandemia, per giunta col rischio di gettare al vento i miliardi dell’Europa: è il disastro politico che Sergio Mattarella aveva tentato in ogni modo di scongiurare, ma inutilmente.
Le sue previsioni più cupe si stanno tutte avverando, una per una.
Cosicché adesso sarà lui a doversi rimboccare le maniche senza troppe speranze di evitare il baratro delle urne.
Si cercherà di concentrare i colloqui in uno, massimo due giorni
Mattarella – spiega il quirinalista Ugo Magri su La Stampa – avvierà le consultazioni con il minimo preavviso, “quanto basta per consentire alle forze politiche di indossare l’abito buono e presentarsi puntuali nello studio alla Vetrata”.
Cercherà di concentrare i colloqui nell’arco di un giorno, al massimo due (cautele anti-Covid permettendo). Dopodiché tirerà le somme.
“Ma alla domanda se il presidente è orientato a incaricare Giuseppe Conte perla terza volta in due anni e mezzo, in modo da consentirgli di ritornare subito in sella, sul Colle prevale il riserbo: là nessuno è in grado di formulare previsioni, tantomeno può dare garanzie” spiega Magri.
“Chi immagina un gioco delle parti tra il presidente e l’Avvocato del popolo, è completamente fuori strada” sostiene il quirinalista del quotidiano di Torino.
“Dipenderà innanzitutto da come Conte si pone, con quale stato d’animo e voglia, se punterà a mettere pazientemente in piedi nuovi equilibri o viceversa cederà alla tentazione di capitalizzare nelle urne la sua vasta popolarità”.
Il presidente vorrà sapere dai partiti fino a dove sono disposti a impegnarsi, con che programmi e con quali compagni di strada. Chiederà di indicargli chi vogliono come premier, e quello sarà forse il passaggio più delicato, che Conte giustamente teme perché in questo momento grillini e Dem non ammettono subordinate, si dichiarano pronti a immolarsi per lui; ma gli scenari cambiano in fretta, quasi quanto i numeri dei potenziali «responsabili» disposti a dare una mano.
“Anche qui – precisa Magri – da Mattarella il premier non deve attendersi sconti. Per riavere l’incarico alla fine delle consultazioni, Conte dovrà disporre di una potenziale maggioranza”.
“Una volta date le dimissioni, che testimoniano l’impossibilità di andare avanti senza sbattere contro un muro, servirà per forza qualche fatto politicamente nuovo che giustifichi la decisione di ripartire da lui”.
Esempio: se ci sono degli altri «responsabili» disposti a sostenerlo, dovranno venire subito allo scoperto, entro le prossime 48 ore, perché probabilmente poi sarebbe troppo tardi. E comunque i transfughi andranno calcolati uno per uno; serviranno sostegni parlamentari visibili e non soltanto ipotetici, legati ai «forse», ai «si dice».
In altre parole, Conte (come chiunque altro potenziale premier) otterrà la nomina, presterà giuramento e sceglierà i ministri del suo terzo governo soltanto se la somma dei gruppi disposti a sostenerlo sarà, sulla carta, tale da consentirgli ragionevolmente di ottenere la fiducia davanti alle Camere.
“Mattarella vorrà essere ben sicuro di non operare forzature nei confronti del Parlamento” sottoliena Magri.
“Guai se nominasse un premier che subito dopo venisse bocciato dalle due Camere: ne andrebbe di mezzo il suo stesso prestigio, chiaro che la Repubblica non se lo potrebbe permettere” chiosa il quirinalista.
“Per cui è lecito immaginare che il capo dello Stato scelga la prudenza e si regoli allo stesso modo del suo predecessore Giorgio Napolitano. Il quale, nel marzo 2013, si era rifiutato di insistere su Pier Luigi Bersani, allora segretario Pd, che dopo cinque giorni di tentativi non era riuscito a mettere insieme «numeri certi», ma sperava ugualmente di potersi presentare in Parlamento a rastrellare i voti mancanti”.
“Niente da fare, gli disse Napolitano. La stessa cosa ripeterebbe Mattarella a Conte, se la sua «campagna acquisti» risultasse infruttuosa”.








