Intervista a cura di Mark Karaci
Maria Chiara Malaguti, lo scorso 6 agosto è stata nominata presidente di Unidroit, l’Istituto internazionale per l’unificazione del diritto privato, dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Quali obiettivi si pone la sua presidenza, che succede a quella del compianto Alberto Mazzoni?
Unidroit è l’organizzazione internazionale più antica che esista: nel 2026 festeggerà 100 anni. Si occupa di unificazione del diritto, che implica la comprensione delle culture e delle esperienze giuridiche nelle loro specificità e nella loro complessità, il farle dialogare attraverso i diversi linguaggi ed avvicinarle, per poter così offrire risposte adeguate alle diverse situazioni concrete. Si tratta di una identità molto forte che si è preservata nel tempo, nonostante siano cambiati i contesti e quindi anche i modi e gli strumenti, che io vorrei non solo continuare a preservare, ma anche provare a valorizzare ulteriormente, sapendola rapportare con la contemporaneità.
Vorrei cioè portare avanti l’agenda dei miei predecessori (e quella che mi ha lasciato Albero Mazzoni è infinita nei temi e negli strumenti) anche esplorando nuovi settori che mettono in crisi molte premesse date per acquisite, come ad esempio quello dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, per collocare le attività dell’Istituto ancora di più nel contesto attuale, vorrei cercare anche di far comprendere ad un cerchio più vasto di interlocutori il ruolo culturale ed anche in parte politico che può giocare l’unificazione del diritto.
In quale modo l’armonizzazione del diritto potrà essere d’aiuto alla politica per uscire da questa crisi globale? E quale ruolo avrà l’Istituto che presiede in questo periodo storico?
Tutte le volte che parlo di unificazione del diritto ho l’impressione che si visualizzino facilmente insiemi di norme scritte in un linguaggio criptico e per adepti, o noiose spiegazioni tecniche del perché in un contratto dovremmo inserire una clausola invece di un’altra. Non nego che nel concreto i risultati dell’unificazione possano essere questi. Tuttavia i testi che produce Unidroit hanno proprio il pregio di offrire quelle soluzioni concrete cui accennavo, che risolvono problemi comuni attraverso risultati ottenuti dal confronto e dalla condivisione.
Conta il risultato, ma conta anche l’esercizio per ottenere quel risultato: mentre in alcuni consessi internazionali la politica si scontra e fatica a trovare compromessi, in altri, come in Unidroit, si studiano gli strumenti concreti per lo svolgimento degli affari, si capiscono come questi possano evolvere e si propongono soluzioni condivise per come regolarli, realizzate da e con gli stessi operatori che poi le applicheranno, indipendentemente dalla loro nazionalità e in modo molto simile nonostante la collocazione geografica.
Tra gli altri, questi strumenti servono per dare attuazione agli investimenti diretti, sia da parte delle nostre imprese nei paesi stranieri sia delle imprese straniere nel nostro. Servono alle piccole e medie imprese per internazionalizzarsi. Servono per dar corpo alla pluralità delle possibili forme di collaborazione tra pubblico e privato. Servono per dare risposte anche alla crisi.
Ad esempio, Unidroit ha appena pubblicato sul suo sito una guida all’uso dei suoi noti Principi per i contratti commerciali nelle situazioni procurate dal COVID-19 e ne ha evidenziato i vantaggi rispetto a soluzioni puramente domestiche. Si possono cioè trovare in questi strumenti soluzioni comuni ai diversi ordinamenti che possono dare risposte consone ai problemi contrattuali generati dal COVID-19 nei diversi contesti.
Unidroit contribuisce alla soluzione della crisi e lo fa confrontandosi con materie dagli effetti pratici e concreti ed in cui tutti hanno usualmente interesse a collaborare e condividere. È la logica del quotidiano, i cui risultati sono spesso meno visibili al pubblico, ma è a mio avviso una manifestazione di politica anche questa, che agisce in uno spettro più esteso, coinvolge in modo articolato più persone, ed ottiene risultati usualmente più di lungo periodo perché formati dallo stratificarsi dell’esperienza. E si tratta di strumenti che veicolano valori e formano culture.
A metà luglio la commissione Covid-19 dell’Accademia dei Lincei ha prodotto un ampio documento, a cui lei ha collaborato, che illustra dei possibili interventi per la ripartenza del nostro Paese. Quali sono gli interventi più urgenti che servono all’Italia per ripartire?
Mi fa piacere che lei abbia accostato Unidroit e l’Accademia dei Lincei in questo contesto, perché in qualche modo sono due realtà parallele nel discorso che stiamo facendo, nel senso che entrambe possono dare, come altre, un contributo alla politica nel mettere a disposizione conoscenza e competenza e proponendo soluzioni che, anche quando riguardano l’immediato, si fondano su premesse sedimentate e potenzialmente longeve. Io però debbo precisare che non sono un membro dell’Accademia e che ho quindi partecipato a quei lavori come ‘invitato permanente’.
Ciò detto, il documento che lei cita sottolinea come la crisi sia insieme economica e sociale e che quindi siano necessarie misure che tengano in considerazione entrambi gli aspetti. Inoltre, la necessaria politica espansiva – che dovrà probabilmente durare a lungo – dovrà essere fatta con lungimiranza, ovvero con interventi che siano strutturali e che tengano conto delle successive strategie di rientro.
Potrebbe forse non pagare elettoralmente nel breve periodo, ma è necessario avere una visione di quale Italia si vuole costruire per i prossimi decenni, con un piano industriale chiaro, così come è necessario che la politica fiscale tenga conto sia di fini allocativi che distributivi e di redistribuzione più appropriata tra redditi e ricchezza, per combattere anche l’acuirsi delle disuguaglianze del nostro paese, e che qualsiasi riforma organica sia accompagnata da politiche anti-elusione ed anti-evasione, anche in relazione ai paradisi fiscali che troviamo persino in Europa e che falsano qualsiasi manovra statuale di intervento sulla propria economia.
Nel documento dell’Accademia dei Lincei emerge netta l’identità e la visione fortemente europea che deve avere il nostro Paese, sia per quanto riguarda la politica fiscale che per quella industriale. Pensa che i provvedimenti messi in campo dall’Europa bastino a porre rimedio alle ripercussioni della crisi economica sul tessuto sociale italiano? Quali passaggi deve eseguire l’Italia per passare da una logica emergenziale a una logica strutturale?
Credo in effetti che il punto di forza di quel documento non stia solo nella visione di insieme e di lungo periodo che cerca di offrire, ma anche appunto la sua articolazione entro il contesto dell’Unione, da cui non possiamo prescindere. A volte pensiamo che basti negare una cosa perché questa non esista. Facciamo un po’ come quei bambini che giocando a nascondino si coprono con un telo e, poiché non ci vedono, credono che per questo in realtà siamo noi a non vedere loro.
L’integrazione esiste e le scelte sia fiscali sia industriali non possono prescinderne, debbono al contrario approfittarne e valorizzarla. I provvedimenti messi in campo dall’Europa sono molto consistenti. Basteranno a porre rimedio alle ripercussioni della crisi economica sul tessuto sociale italiano se li sapremo usare e gestire. Il documento dell’Accademia cita ricerca ed infrastrutture. Infrastrutture anche europee.
Probabilmente anche questo pagherebbe poco elettoralmente sul breve periodo, ma progetti di dimensione sovra nazionale sul lungo periodo darebbero più respiro alla nostra economia. Così come il rilancio del Sud potrebbe passare da una riconsiderazione dei rapporti nel Mediterraneo, poiché oggi Mediterraneo non significa certo più solo paesi dell’Africa del Nord, ma epicentro del passaggio est-ovest.
Se solo pensiamo a come esistano simmetrie ad esempio tra città metropolitane o tra lo sviluppo dei porti, forse vedremmo meglio come potremmo costruire sinergie tra situazioni apparentemente distanti, generare circuiti, e forse a quel punto anche meglio cogliere la fortuna della collocazione geografica in cui ci troviamo.
Le potrà parere privo di connessioni, ma al contrario io vedo una forte unità nel parlare simultaneamente di progetti di ricostruzione strutturale e progetti industriali con aspetti transnazionali sia in Europa sia nel Mediterraneo, da un lato, e unificazione del diritto come sviluppato da Unidroit, dall’altro. Si tratta della medesima filosofia, della medesima direzione culturale, non solo di strumenti (gli uni, quelli Unidroit) funzionali alla realizzazione degli altri (i progetti strutturali).
Lei è Docente ordinario di Diritto Internazionale presso l’Università Cattolica di Roma. Come ha vissuto l’insegnamento e il suo ruolo da professore durante il lock down? E come ripartirà questo nuovo anno accademico?
Il lock down è stato particolarmente pesante per scuola ed università, perché si tratta di settori tra i più rilevanti per lo sviluppo di un paese e richiedono quindi strutture, metodi, cultura dell’insegnamento, sicuramente non improvvisati ed improvvisabili. Richiedono contatto diretto e quotidiano, processi di comunicazione usualmente lenti e stratificati, un contesto complesso.
Il lock down ne ha messo a nudo le criticità e di sicuro non possiamo risolverle mettendo un e- o un web- davanti al nostro strumentario di definizioni. A molti di noi il lock down è servito anche da esame di coscienza e spero quindi che ripartiremo meglio, anche se per un lavoro serio bisogna comprendere bene gli strumenti che si hanno a disposizione, lavorare come comunità e non come singoli e non dimenticare che il contatto diretto, la presenza, è fondamentale nell’esperienza di apprendimento.
Il mio ateneo, come immagino tutti gli altri, ha elaborato una strategia di adeguamento a forme di insegnamento ‘ibride’ che se ben applicate potrebbero aiutarci ad avvicinarci ai ragazzi anche con linguaggi a loro più vicini. Però non mi do per vinta in questo settore, né in ateneo né in Unidroit: molti colleghi della mia generazione o di quelle che mi hanno preceduta mi dicono che si sono formati nella biblioteca di Unidroit, passando interi pomeriggi a studiare libri stranieri che trovavano solo lì ed a confrontarsi con il metodo della comparazione.
Nelle generazioni seguenti abbiamo avuto tanti ragazzi stranieri che trovavano qui libri e metodi che non potevano trovare a casa loro, che si formavano nella medesima biblioteca e magari nel corso del soggiorno imparavano anche l’italiano e lo conservavano negli anni a seguire. Non sarà il lock down a interrompere quella catena. In ateneo o in Unidroit, questo scambio di intelligenze e questo bagaglio di crescita comune deve continuare. I modi li troveremo.








