Marco Martani, sceneggiatore, è intervenuto agli Stati Generali della Ripartenza organizzati dall’Osservatorio economico e sociale Riparte l’Italia il 29 e 30 novembre 2024 a Bologna.
Ecco le sue dichiarazioni prima di intervenire al panel centrato sul tema “Cultura e commedia all’italiana: quali i nuovi itinerari?“, moderato da Fabrizio Salini.
“In realtà del futuro dell’industria cinematografica non se ne parla abbastanza, effettivamente sì, perché ci vuole comunque una strategia e noi sceneggiatori, registi, abbiamo comunque una responsabilità in questo e secondo me soltanto con il confronto si riesce. Perché per tanto tempo siamo rimasti tutti un po’ chiusi nel nostro orticello a pensare magari delle cose nostresenza avere una reale interazione con gli altri colleghi.
E secondo me una cosa del genere invece è importante perché oltre a condividere delle cose, secondo me la strategia va coordinata insieme a tutti gli altri. Perché il nostro poi è anche un lavoro un po’ individuale anche se parandossalmente non sembra no, perché noi lavoriamo con un team, abbiamo comunque per fare un film ci sono tantissime persone che ci lavorano dalla scrittura alla regia eccetera.
Però alla fine l’autore vive un po’ in un mondo un po’ chiuso e è sempre un po’ difficile soprattutto in Italia che i vari colleghi in qualche modo si liberino di questa chiusura per riuscire comunque a condividere anche delle idee o dei pensieri con gli altri colleghi. Non perché uno debba essere chiuso perché ha paura che magari ti rubano l’idea, no è semplicemente perché c’è sempre quella cosa di essere concentrato nella cosa che fai e quindi poi portarla a termine.
Invece l’interazione come una si faceva una volta nel cinema che le riunioni di sceneggiatore erano fatte addirittura nei bar, nei ristoranti, gli sceneggiatori che arrivavano e se ne andavano, registi che si incrociavano per strada e parlavano dei loro progetti. Ecco secondo me questa è una cosa che va fatta proprio perché va riportata un po’ nel cinema come capire che cos’è la società di oggi e lo puoi fare soltanto se hai una connessione con tutti gli altri.
Alla fin fine stiamo facendo qualcosa che ha a che fare con un prodotto che oltre ad essere culturale è anche uno specchio della società e quindi raccontiamo delle cose e questa società in realtà dobbiamo conoscerla bene e quindi lo possiamo fare anche attraverso le istituzioni, attraverso tutta una serie di persone che magari non fanno parte del nostro mondo vero e proprio, che però a noi ci danno comunque anche la possibilità di raccontare cose diverse da quelle che conosciamo noi. E questo secondo me è forse l’idea principale di far sì che sia istituzioni che banche, tutto quello che concerne poi in fondo la creazione di una cosa culturale, effettivamente anche finanziaria, è tutto collegato e tutto questo collegamento secondo me è importante conoscerlo e condividerlo tra di noi.
Io per esempio appunto ho mio fratello che si occupa della finanza, ecco questa cosa qua per noi è stata una specie di epifania perché mentre prima non ci parlavamo proprio perché parlavamo lingue diverse adesso che questa cosa è cominciata invece cominciamo a parlare una lingua comune, lui capisce tutti gli argomenti miei e io finalmente riesco a capire quella specie di geroglifici che possono essere invece l’aspetto finanziario e questo è una cosa bella.
Rispetto alla sceneggiatura sapere quali sono i temi in questo periodo su cui puntare sarebbe l’uovo di Colombo, saperlo per certo diciamo. Io credo che si è un po’ perso il concetto sociale soprattutto di quando si parla di cinema commerciale perché il cinema commerciale è sempre visto come una scappatoia rispetto all’elemento del pensiero che ha a che fare con qualcosa di problematico che invece era appannaggio del cinema d’autore. Invece il cinema commerciale un tempo raccontava gli elementi sociali magari facendoti ridere su delle cose che però conoscevi molto bene, anche delle cose molto drammatiche se vogliamo, però con un punto di vista completamente nuovo e il pubblico rideva delle cose che però conosceva e che magari a casa lo facevano star male.
Però era un punto di vista completamente nuovo e quello è il compito dell’autore, quello di riuscire a toccare con mano cosa c’è nella società e riuscire a riproporlo in una forma popolare e questo purtroppo secondo me si è fatto poco fino adesso negli ultimi vent’anni e secondo me è giusto invece riprendere questa chiave che invece negli anni 60-70, penso ai vari Monicelli e Risi solo per fare due nomi, che invece toccavano con mano queste problematiche, che invece erano delle problematiche assolutamente drammatiche ma che riproposti in una chiave popolare di commedia ci riempiva il cinema.
Per il nuovo anno abbiamo un po’ di cose, un po’ di scritture, c’è stato un momento come se ci fosse stato un po’ una bolla che è esplosa dove chiaramente i progetti si sono, non dico fermati, però c’è stato un momento in cui ci siamo tutti fermati, cioè si stava producendo troppo quindi adesso c’è stata tutta questa fase di scrittura e di pensiero per poter poi riproporre in un prossimo futuro qualcosa invece di più ragionato.
E questa è un po’ la chiave: serialità, cinema… è tutto un po’ anche sull’onda del “che cosa succederà adesso”, se partirà questa serie crime che ho scritto oppure questa commedia. Quindi il nostro mondo è anche quello, è riuscire a trovare comunque argomenti completamente diversi toni e generi diversi perché in fondo è bello riuscire, almeno per quanto mi riguarda, mi annoio abbastanza facilmente quindi passare da una serie crime a una commedia è proprio il bello del mio mestiere, insomma”.








