Nello scenario delle previsioni per l’economia italiana, delineato dagli economisti del Centro studi di Confindustria, “nonostante le prospettive positive” sono presenti “alcuni rischi che sono principalmente al ribasso e riguardano diversi elementi di incertezza”.
Il “rischio principale” è sul fronte Covid, nel caso in cui l’evoluzione della pandemia porti “all’adozione di nuove restrizioni agli spostamenti”: rischio che “influirebbe negativamente e in tempi molto rapidi sulla fiducia degli operatori, sui consumi e quindi anche sugli investimenti e l’occupazione”.
C’è anche il nodo delle “carenze importanti di materie prime e semilavorati” emerse dal secondo trimestre dell’anno, considerate “di natura temporanea” ma il rischio è che lo siano “solo in parte e che quindi diventino più strutturali, rallentando in modo più significativo e prolungato l’attività economica”.
Poi, “la dinamica dei prezzi è prevista su livelli contenuti in Italia, dato che le pressioni recenti sono state alimentate quasi esclusivamente dal rincaro delle commodity, specie energetiche, che si ipotizza attenuarsi nel corso del 2022. Se così non fosse e si manifestassero persistenti carenze di offerta, la spinta inflazionistica potrebbe assumere un carattere più strutturale in Europa e in Italia, inducendo la Bce ad anticipare la restrizione monetaria, che al momento non è stata ancora delineata. Un prematuro rialzo dei tassi nell’Eurozona avrebbe effetti indesiderati sul costo del debito pubblico, e quindi impatti molto negativi soprattutto per un paese come l’Italia con un elevato debito”.
Il CsC avverte anche che “la piena efficacia del Pnrr è subordinata all’individuazione di una efficiente allocazione delle risorse, al rispetto dei tempi previsti e alle modalità di attuazione degli investimenti e delle numerose riforme in programma. Il venir meno, anche solo parziale, di uno di questi elementi implicherebbe una minore attribuzione di risorse a monte o una loro dispersione a valle“.
Ultimo rischio evidenziato: “La profonda difficoltà di varie imprese operanti nel mercato immobiliare cinese, in particolare di Evergrande, sta accrescendo i timori che il settore, che pesa per il 14% del Pil, subisca dei seri contraccolpi, con il rischio di una crisi a livello nazionale, che potrebbe avere effetti indiretti molto negativi anche sui partner commerciali della Cina e, più in generale, sull’economia mondiale”.








