“Per non dimenticare”, si direbbe in questi casi, suscitando per lo più moti di insofferenza e sfiducia.
Perché la storia e la cronaca, mai come in questi casi, vanno a braccetto, ma spesso senza insegnare nulla, come maestri muti e inutili.
Sono passati quindici anni dal dramma di Messina, ma sembra una vicenda dei nostri giorni che – nulla insegnando o quasi – continua a sfigurare porzioni del (Bel)Paese e sgomenta popolazioni.
Insomma, tre lustri fa un’alluvione fece spaventosamente franare un pezzo di Messina, provocando la morte di 37 persone.
Nell’ennesimo anniversario, le campane della chiesa scandiscono la lettura dei nomi, come rintocchi tristissimi. Oltre duemila le persone evacuate.
Ieri come oggi gigantesche zolle d’Italia e manufatti tirati su in ogni modo, vengono trascinati, spazzati via in modo inarrestabile e tragico, dalla forza degli elementi, ma soprattutto dall’incuria e dalla miopia fatale e spesso criminale che consente tutto e dissesta territori e coscienze.
Era il 1° ottobre 2009 un violento nubifragio colpì la Sicilia orientale causando frane, esondazioni di fiumi e torrenti, allagamenti di case e fabbriche.
La situazione più critica a Messina, nelle località di Giampilieri, Molino, Altolia Briga, Pezzolo, Santa Marina e nei Comuni di Scaletta Zanclea e Itala, dove colate di fango bloccarono il sistema viario e isolarono Scaletta Zanclea.
Tutto il Servizio nazionale si mise in moto.
Perché l’Italia ieri come oggi appare bravissima quasi sempre nel post, ma come ha detto qualche giorno fa, con estrema franchezza e con toni di relativa impotenza, il ministro alla Protezione civile, proprio in Sicilia, “non siamo fatti per la prevenzione.
Piangiamo, ci commuoviamo e dopo 24 ore attiviamo il cantiere della rimozione”.
Tantissimi morti per calamità naturali, “ma questo non è servito.
Si sa che in Italia si spende più per ricostruire che per prevenire”.
Nella serata del 1° ottobre di quel tempo lontano e vicinissimo la prefettura attivò l’Unità di crisi per raccordare le prime operazioni di soccorso.
Il Dipartimento della Protezione civile inviò subito sul posto una task force composta da due team di esperti per supportare gli enti territoriali e locali nella strutturazione di un intervento coordinato e per valutare la situazione di rischio ancora in atto.
Ecco il Centro di coordinamento soccorsi; a Scaletta Zanclea e Messina i Centri operativi comunali e le aree di ammassamento soccorritori e risorse per agevolare l’attività dei soccorritori nelle aree più colpite dal maltempo.
A Giampilieri anche un Centro operativo avanzato per raccordare le operazioni nella stessa frazione e nelle frazioni di Molino e Atolia, le più in difficoltà.
A coordinare la struttura la Regione siciliana.
Obiettivo prioritario delle prime ore, raggiungere le frazioni rimaste isolate.
In località Briga Marina sorse un’area per i mezzi aerei impegnati nella ricognizione, nel monitoraggio del territorio, la ricerca, il soccorso e il trasporto di derrate alimentari.
Il 2 ottobre dichiarato lo stato di emergenza nel territorio della provincia di Messina; successivamente tre ordinanze per i primi interventi urgenti, con il presidente della Regione commissario delegato, incaricato di accertare i danni causati dall’alluvione e predisporre un piano di interventi per il ripristino degli edifici e dei beni distrutti o danneggiati, definendo i contributi finanziari per le abitazioni distrutte o danneggiate dall’alluvione e assegnare i contributi per l’autonoma sistemazione ai nuclei familiari rimasti senza casa.
Previste anche disposizioni in materia previdenziale, assistenziale e tributaria.
Lo stato di emergenza è scaduto il 31 ottobre 2012.
Il Dipartimento ha finanziato un rilevamento aereo che ha consentito di evidenziare le aree colpite dai dissesti e di individuare le altre zone del territorio soggette al pericolo di ulteriori movimenti franosi.
E oggi esiste una mappa delle zone di Giampilieri, Itala e Scaletta Zanclea che diversifica il territorio in base al rischio a cui è esposta la popolazione.
L’Italia, è un fatto, continua a franare.








