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[L’intervento] Luigi Balestra (presidente Osservatorio Riparte l’Italia): «Bisogna riformare e governare la globalizzazione»

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Globalizzazione è un termine ormai entrato da tempo nel linguaggio comune. Con esso si intende convenzionalmente alludere a un fenomeno dipanatosi con grande vigore sul finire del secolo scorso: un mercato, nei fatti, “unico”, in cui l’economia e i sistemi produttivi hanno abbattuto i confini geopolitici sancendo l’impossibilità per i singoli Stati – pena, in difetto, l’isolamento – di effettuare scelte politiche (in materia economica, ma non solo) distoniche rispetto a quanto va via via affermandosi nella comunità dei commerci.

I processi economici dunque – riguardati sotto il profilo della capacità delle imprese di produrre beni e servizi diversificati e in grande quantità, nonché di collocarli a livello planetario attraverso sofisticati processi di delocalizzazione e di distribuzione – si atteggiano a fondamentale fattore condizionante di scelte destinate a ripercuotersi a livello generale, sul piano della collettività globale.

Il fenomeno è stato certamente agevolato dalla diffusione della rete, la quale ha condotto a una ricca proliferazione di interscambi – culturali, prima ancora che di matrice economica – generando movimenti che «dal basso» – e, quindi, senza la mediazione della politica – si sono fatti portatori di istanze, dell’emersione di nuovi bisogni, nonché dell’avvio di attività sempre più marcatamente indirizzate a potenziare le abilità degli individui in termini di alta creatività e tecnologia.

Un processo quello appena sunteggiato che ha generato benefici, ma ha anche dato luogo a criticità. I benefici – così come posto in luce nella relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia il 31 maggio di quest’anno – sono consistiti nell’aumento esponenziale delle persone che hanno potuto accedere al mercato e così soddisfare bisogni, giusta una legittima aspettativa di benessere. La rilevante intensificazione del commercio internazionale ha favorito lo sviluppo economico e il miglioramento delle condizioni di vita.

Alcune delle maggiori criticità possono così riassumersi:

a) un progressivo e pervasivo predominio delle grandi multinazionali, le quali hanno acquisito poteri a tal punto intensi (con impatto, sotto plurimi profili, sulla vita e sulle condizioni di esistenziali delle persone che, in non poche occasioni, destano allarme), da poter incidere, a discapito della politica, sul perseguimento degli interessi generali. Il tutto secondo una logica, come è di intuitiva evidenza, settoriale ed ispirata alla massimizzazione del profitto;

b) la sedimentazione di assetti patrimoniali in cui la ricchezza si concentra sempre più in poche mani. Fenomeno che vale a sentenziare l’incapacità del sistema di favorire livelli minimi di omogeneità e di equità nella ripartizione delle risorse.

Sono criticità sulle quali ci si è soffermati in una serie di interventi che hanno animato il dibattito dell’Osservatorio e sui cui si avrà modo di ritornare. Per il momento, occorre porre in luce come la pandemia e la guerra in Ucraina stiano facendo venire a galla i limiti strutturali dell’esasperata tendenza alla globalizzazione. Un processo produttivo in cui le molteplici fasi – sia per quel che concerne la loro articolazione, sia con riguardo alle plurime componenti di cui esse necessitano – trovano concretizzazione in aree geografiche differenti, può condurre a risultati ottimali solo a condizione che le dinamiche sociali, economiche e politiche ai quattro lati del mondo si dipanino – pur nelle loro marcate differenze – secondo un corso degli eventi prevedibile.

La pandemia, con tutto il suo portato di misure che ciascuno Stato ha applicato in modo peculiare per far fronte alle particolari contingenze interne, ha dato vita a sfasature e a distonie intense nei rapporti tra economie dei singoli Paesi. Abbiamo assistito a inceppature e a bruschi arresti delle attività anche in relazione a quelle imprese collocate in contesti pienamente operativi.

La guerra in Ucraina, dal canto suo, attraverso il sistema delle sanzioni – ma non solo – ha assunto, al pari della crisi pandemica, i connotati dell’evento straordinario capace di sovvertire gli assetti imposti dalla globalizzazione. Il rischio è che si ritorni a un sistema geopolitico fondato su blocchi, con drastiche imposizioni della politica sull’economia.

In un quadro di questo genere la globalizzazione va sicuramente ripensata. Sta non solo ai decisori pubblici avviare una riflessione. Le imprese dovranno saper guardare al futuro concependo processi produttivi maggiormente integrati in contesti geografici più ristretti ed omogenei. Fondamentale si rivelerà la capacità degli imprenditori di dar vita a sistemi di rete, i quali adottando una logica, a seconda delle concrete esigenze, verticale (di filiera) od orizzontale, sappiano ideare «strutture» fondate sulla collaborazione, l’aggregazione e l’integrazione, in una prospettiva tesa ad esaltare competitività e capacità di innovazione.

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