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[L’analisi] Luigi Balestra (presidente Osservatorio Riparte l’Italia): «Bisogna aiutare il PNRR a superare la crisi della guerra e dell’inflazione. E mettere al centro una nuova strategia sociale»

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Il Def 2022 delinea uno scenario macroeconomico che la Corte dei conti, nell’audizione innanzi alle Commissioni congiunte Bilancio di Camera e Senato, ha definito «condivisibile e ben designato, ma esposto ad ulteriori e considerevoli rischi».

Il documento, pur dando atto di una significativa riduzione dell’indebitamento e del disavanzo primario per l’anno 2021, nonché di una crescita delle entrate, tratteggia prospettive di sviluppo economico decisamente meno lusinghiere rispetto a quelle preventivate soltanto qualche mese fa con la Nadef 2021. La previsione tendenziale di crescita del Pil passa dal 4,7 % al 2,9%, con una flessione che, ancorché in termini più modesti, concernerà anche gli anni successivi. I fattori che stanno incidendo negativamente sullo scenario preconizzato nel settembre scorso sono tre: a) variante Omicron; b) aumento esponenziale del prezzo del gas; c) conflitto in Ucraina, con tutto il suo portato di implicazioni anche in termini di sanzioni e di chiusura di un mercato che per l’Italia vale una fetta non insignificante di export.  

Debolezza e incertezza sono le parole chiave che agitano la riflessione, destando non poca preoccupazione per l’interruzione di un percorso che aveva visto l’economia italiana nel 2021 protagonista di un apprezzabile recupero, con un aumento del Pil superiore rispetto a quello delle altre grandi economie.

Le stime del Def sono dunque al ribasso in ragione principalmente dell’aumento del costo del gas, che potrebbe esplodere – si legge nel documento – qualora venisse a mancare l’afflusso di quello proveniente dalla Russia.

Viene da chiedersi se la situazione, qualora riguardata sotto un piano differente, non rischi di atteggiarsi in termini ancor più gravi. La questione invero non è soltanto quella dell’inquietante aumento dei prezzi; v’è il tema della carenza di gas naturale – e, quindi, di energie – in cui potremmo ritrovarci in un prossimo futuro. Il tutto in un contesto in cui il processo di transizione ecologica – il quale postula che la situazione di partenza, dalla quale si intendono prendere le mosse per avviare il cambiamento, sia comunque stabile – è ancora in fase soltanto di progettazione.

L’urgenza con cui si è chiamati ad intervenire – e che dà conto dell’atavica impreparazione del Paese nell’articolare strategie vincenti per colmare la carenza di risorse naturali – reca peraltro con sé non pochi rischi. Tra di essi, non va sottovalutata l’alea connessa all’assenza di adeguata ponderazione – la quale richiede che il dibattito non risenta dei condizionamenti legati alla necessità di provvedere tempestivamente – di tutte le scelte, di fondamentale importanza, che ci si appresta ad effettuare in ordine agli assetti del sistema ambiente nel prossimo futuro.   

Se a ciò si aggiunge l’acuirsi delle difficoltà, denunciate a plurimi livelli, di approvvigionamento delle materie prime (quali l’acciaio), v’è da temere che l’andamento delle economie dei Paesi occidentali finirà per connotarsi – e, per vero, sono già in atto avvisaglie non trascurabili – anche per una percentuale elevata di attività che andranno incontro a una brusca interruzione (alcune per l’antieconomicità della produzione causata dall’aumento dei prezzi, altre per l’impossibilità di avvalersi di forniture tempestive e continuative).

Quel che si sta verificando assume le fattezze dell’avvenimento straordinario e imprevedibile che impone una verifica dell’efficienza delle scelte già compiute ovvero calendarizzate. Non ci si può limitare ad affermare che bisogna far ancor più leva – anche sotto il profilo della celerità dell’attuazione – sul PNRR (in questi termini anche la Corte dei conti nella dianzi indicata audizione), occorrendo avviare invece una riflessione sulla necessità di una revisione del medesimo PNRR (in termini di obiettivi e di scelte) che tenga conto di un quadro profondamente mutato, che verosimilmente darà la stura a un futuro totalmente diverso da quello preventivato.

Strategicamente l’itinerario può essere anche quello – così come segnalato recentemente dal Sottosegretario Garofoli in un’intervista (la prima da Sottosegretario) ci cui si è dato conto nell’Osservatorio – degli interventi a latere che consentano di superare gli intoppi che l’attuale congiuntura sta profilando in modo vistoso. In questa direzione si collocano una serie di misure adottate in questi giorni con il decreto legge aiuti. Quel che comunque occorre avere ben chiaro è il radicale mutamento del quadro di riferimento, sicché ci si deve adoperare al fine di preconizzare gli scenari prossimi futuri, concependo misure che vadano oltre il mero puntellamento, idonee a scongiurare il rischio che il PNRR vada incontro ad esiziali battute di arresto.

Vengo a due altri temi, strettamente connessi, ai quali occorrerebbe dedicare una non superficiale attenzione. Da alcuni si è ipotizzato, in ragione del conflitto ucraino, un’inversione di tendenza dell’esasperato processo di globalizzazione che ha contraddistinto la società contemporanea da almeno vent’anni a questa parte. La fine o, comunque, l’attenuazione del processo di globalizzazione ha cominciato a prendere le mosse, a mio modo di vedere, ancor prima. L’inizio della pandemia, con tutte le sfasature in termini di chiusure e di lockdown cui ha dato luogo, ha messo a nudo tutte le criticità di un sistema economico che pretenda di essere indifferente a ciò che accade nei singoli Stati ai quattro lati del mondo. Il ritorno verso processi produttivi integrati, capaci di compiuta definizione in contesti territoriali omogenei, ritengo debba essere uno degli obiettivi su cui lavorare nel prossimo futuro.  

Anche di ciò il PNRR dovrebbe occuparsi, ma non solo. I dati emergenti dal rapporto Caritas (“La povertà a Roma: un punto di vista”. False Ripartenze?), presentato qualche settimana fa (e su cui l’Osservatorio ha indugiato), pongono in luce i divari sociali che si stanno consumando, con un’incidenza sempre più dirompente, nella società italiana. Un tratto comune a molte economie contemporanee è la concentrazione della ricchezza, in modo sempre più pervicace, nelle mani di pochi. Larghissime fasce della popolazione versano in uno stato di disagio, variamente articolato: individui e famiglie in situazioni di ristrettezza, che stentano ad arrivare a fine mese o che, a addirittura, vivono una situazione di povertà o, ancora, che rischiano di incapparvi a breve.   

A tal riguardo deve indugiarsi su un dato. La spesa sociale, così come documentato nel Def, è cresciuta considerevolmente negli ultimi anni (80 miliardi nel 2018, 118 nell’anno della pandemia, per attestarsi a 112 miliardi) e, ciò nonostante, le situazioni di povertà sono aumentate. Occorre dar vita a politiche che non si limitino a concepire gli individui in difficoltà come meri destinatari di provvidenze, ma che siano capaci di farne dei virtuosi protagonisti di un capovolgimento di rotta.

Un piano generale (nazionale) che intenda effettivamente essere resiliente e, al contempo, concretare una virtuosa ripresa, deve avere l’ambizione di far sì che tutte le misure in cui esso si compendia siano in grado, direttamente, indirettamente o anche solo di riflesso, di invertire la tendenza in atto, preoccupandosi di colmare, con gradualità significativa, divari sociali che un’etica minimamente sensibile non è più in grado di tollerare.

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