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[L’intervento]: Costantino Troise (presidente nazionale Anaao Assomed sindacato medici e dirigenti sanitari): «Il MES se non ora quando…»

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La (non) discussione sul MES sta assumendo una tonalità Kafkiana. La battaglia sui 37 mld che l’Europa concederebbe in prestito, a tassi molto vantaggiosi fino a diventare negativi dopo 7 anni, per le spese sanitarie, dirette e indirette, tese a contrastare la pandemia che sta cambiando la vita del mondo, appare dominata dai sovranismi di vario colore.

I quali lo considerano il grimaldello che aprirebbe la porta ad un’ipotetica trojka per decidere i destini del Paese.

Non è servito a nulla che le condizioni del MES siano state cambiate: l’ideologia prevale su tutto per una parte dell’attuale maggioranza di Governo, che cerca di ammantare la propria posizione con spiegazioni diverse.

La più gettonata è quella che ritiene preferibile aspettare i finanziamenti a fondo perduto del Next Generation Eu piuttosto che aumentare il debito nazionale con altri prestiti.

Ma nelle ultime ore si fa strada anche la tesi che assegna al MES il compito di finanziare non spese aggiuntive, ma solo spese già fatte.

Come se l’Italia dovesse avere il timore di non essere in grado di restituire un prestito (vantaggioso) di 37 miliardi max, una frazione infinitesimale di un debito totale che viaggia sui 2.600 miliardi.

O che non spettasse al Governo scegliere di finanziare spese aggiuntive o spese già fatte e previste nei saldi di finanza pubblica. O addirittura che la sanità non avesse bisogno di ulteriori investimenti.

Esiste, però, una questione di tempistica cui sovranisti e neo-convertiti al timore dello stigma finanziario non possono sfuggire.

I finanziamenti del Recovery Fund saranno disponibili, se non insorgeranno ulteriori intoppi nel confronto tra i Paesi europei, a partire dalla seconda metà del 2021.

Ma l’epidemia da Sars-CoV-2 va affrontata ora e non tra un anno, come dimostrano i recenti dati epidemiologici che rischiano di peggiorare nelle prossime settimane.

Se vogliamo veramente tutelare la salute dei cittadini come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, secondo quanto statuito dall’articolo 32 della Costituzione, è necessario un consistente ed immediato incremento delle risorse destinate alla sanità, come previsto dal piano illustrato recentemente dal Ministro Speranza alla Commissione Sanità del Senato.

Non certo tra un anno, altrimenti il controllo dell’epidemia rischia di sfuggire di mano, portando ad un allargamento dei contagi, ad un sovraccarico delle strutture ospedaliere e, inevitabilmente, ad un aumento del numero di morti.

Anche se il MES non è la bacchetta magica che farà fiorire dal deserto ospedali, medici e strutture territoriali, sicuramente rappresenta lo strumento per far partire un piano di spese dedicate alla sanità che, non dimentichiamolo, ha impattato con la pandemia in condizioni di estrema debolezza, non solo per rinforzarla in questa contingenza, ma anche in previsione di un ritorno alle attività ordinarie.

Si tratta, comunque, di un prestito a costo vicino allo zero, con un risparmio valutabile, allo stato attuale dei tassi, in 300 milioni all’anno, prestito che, peraltro, potrebbe essere restituito in tempi brevi utilizzando proprio i soldi del Recovery Fund. 

Intanto, se avessimo preso i soldi del MES a giugno avremmo aumentato la resilienza del SSN nei confronti dell’epidemia, rinforzando il testing&tracing sul territorio e la trincea ospedaliera, con l’incremento del personale e dei posti letto, nei reparti Covid-19 e nelle terapie intensive e subintensive. Sarebbero serviti, cioè, a portare in alto la capacità massima di risposta del SSN e a rendere più difficile la sua saturazione.

Ma dalla primavera in poi l’incremento dei posti letto di terapia intensiva previsto – e finanziato – dal decreto rilancio è rimasto in gran parte sulla carta, il personale ospedaliero non è aumentato rispetto a quello assunto, con varie tipologie contrattuali, nelle prime fasi, comunque in numero insufficiente a colmare i vuoti presenti nelle dotazioni organiche dei medici.

Nessuno ha davvero potenziato il personale per il tracciamento dei positivi, mancano anche le Unità speciali di continuità assistenziale (Usca) per seguire a domicilio i casi sospetti o conclamati di Covid-19. Così l’epidemia rischia di andare fuori controllo, ricominciando a crescere in modo esponenziale.

E facendo ripiombare il Paese nella logica dell’emergenza che insegue la crisi, invece di prevenirla.   

È tempo di scelte e di responsabilità. Gli eroi di ieri si aspettano che Governo e Regioni si assumano le proprie responsabilità e lo facciano adesso. Perché domani, per il virus, sarà già tardi.

Abbiamo perso molto tempo, non ne abbiamo altro a disposizione. Le risorse necessarie alla sanità, utilizzabili attraverso la linea di credito denominata “Supporto alla crisi pandemica”, servono ora.

ORA dobbiamo affrontare la diffusione epidemica, ORA dobbiamo contrastare i contagi, l’ondata di nuovi ricoveri e la straziante crescita della mortalità. 

NON TRA UN ANNO quando, forse, arriverà il Recovery Fund, il novello Godot.

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