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La verità nascosta sull’inquinamento delle città | L’analisi di Luigi Balestra

“È di qualche settimana fa la notizia – in verità passata quasi sotto silenzio – di un avviso di chiusura indagini della Procura della Repubblica di Torino nei confronti di ex amministratori comunali e regionali di spicco (tra cui Chiamparino, Fassino e Appendino). Le indagini sono ancora in corso per alcuni degli attuali vertici, tra cui il presidente Cirio. I fatti addebitati concernono l’inquinamento atmosferico, tristemente imperante in quei territori, e si fondano su alcuni dati inquietanti: tra i 1000 e i 1400 morti, metà dei quali per malattie cardiovascolari, nel periodo preso in considerazione”.

Lo scrive il professor Luigi Balestra, presidente dell’Osservatorio Economico e sociale Riparte l’Italia in un suo editoriale per il settimanale L’Espresso.

“Al di là della fondatezza o meno delle accuse mosse – inefficienze, inadeguatezze, ritardi nell’adozione di misure – sulle quali sarà il procedimento giudiziario a fornire un verdetto in merito alla sussistenza di eventuali condotte colpose, rimane sul tavolo un problema scottante, con il quale la politica fa fatica a fare i conti: l’irrespirabilità dell’aria in una significativa parte del Paese, e questo per lunghi periodi durante l’anno. Il rapporto di Legambiente “Mal’Aria di città (cambio di passo cercasi) 2023” è al riguardo impietoso. Milano e Torino troneggiano tra le città a più alto tasso di inquinamento; il nord Italia è, di fatto, in misura preponderante interessato dal fenomeno. In città come Bologna gli effetti dell’inquinamento risultano peraltro amplificati dalla presenza dei bellissimi portici, patrimonio dell’Unesco, i quali nondimeno creano una stagnazione dell’aria, divenendo veri e propri contenitori di polveri sottili” analizza Balestra.

“Uno scenario del genere è destinato in un prossimo futuro a dare la stura a contenziosi di natura risarcitoria particolarmente impattanti. Qualche mese fa la Corte di Cassazione ha sancito la giurisdizione del tribunale ordinario con riguardo a un giudizio avente ad oggetto il risarcimento dei danni subiti da un residente nel comune di Milano per aver contratto una patologia a livello di bronchi, faringe e narici causata dell’inquinamento atmosferico. Un’apertura suscettibile di decretare, data la vastità del problema, falle enormi nei bilanci delle amministrazioni pubbliche.

È sufficiente, del resto, consultare le tante applicazioni disponibili per rendersi conto dei livelli inaccettabili della qualità dell’aria che interessano sovente molte città italiane. In questi casi, l’applicazione si dà peraltro carico di consigliare l’astensione dallo svolgimento di un esercizio fisico intenso all’aperto, soprattutto da parte della popolazione a rischio. In un consimile scenario, colpisce che nessuna raccomandazione in merito alle cautele da adottare provenga dai vertici locali delle amministrazioni interessate, e questo nonostante non possa essere posto seriamente in dubbio che su di esse gravi un dovere di informare la popolazione sui rischi.

Al cospetto del fondamentale diritto alla salute, sembra quasi vi sia una deliberata volontà di sottacere un problema scomodo da affrontare. La mancanza di dibattito diventa così foriera di gravissimi inconvenienti, poiché impedisce la maturazione di un’adeguata consapevolezza da parte della popolazione e, conseguentemente, pregiudica la possibilità di autodeterminarsi rispetto al bene salute; al contempo, rimangono in uno stato di latenza gli stimoli ad attivarsi al fine di elaborare una strategia di intervento di portata ampia e con finalità risolutive. E dire che, al fine di innescare un serio e fattivo dibattito, sarebbe sufficiente aprire uno schietto confronto sul citato rapporto Legambiente Mal’Aria, in cui sono tra l’altro contenute una serie di proposte già concretamente adottabili” prosegue Balestra.

“Sul tema non mancano peraltro studi e prese di posizioni anche a livello internazionale. La Commissione europea ha di recente pubblicato una relazione in cui, da un lato, si pongono in luce gli ingenti danni – anche in termini di perdita di vite umane – che l’inquinamento, non solo atmosferico, provoca. Dall’altro si ribadiscono gli obiettivi del piano di azione inquinamento zero. Una relazione nondimeno che, come sottolineato da qualche commentatore, è passata pressocché inosservata.

Un dato scioccante è quello ricavabile da uno studio pubblicato recentemente sulla rivista The Lancet Planetary Health: solo lo 0,0001% (meno di centomila persone) della popolazione mondiale respira un’aria davvero pulita. Si tratta, dunque, di un problema che agita l’intero arco planetario. L’Italia nondimeno, tra i Paesi dell’area occidentale, è tra i più colpiti.

Per affrontarlo in modo risolutivo occorrerebbe farsi portatori di scelte coraggiose, come tali spesso impopolari, guardando oltre il contesto delle singole città. Scelte che, solo si fosse dotati di lungimiranza, potrebbero però essere concepite come forme di vero e proprio investimento futuro, poiché idonee a dar vita a una riduzione della spesa sanitaria, decretando un aumento del benessere a livello collettivo; in pari tempo, esse potrebbero costituire una potente spinta verso un’innovazione tecnologica realmente attuativa della tanto declamata svolta green.

Fintanto che gli amministratori pubblici saranno dominati dall’ansia di non urtare il consenso popolare tralasciando, in nome di scelte populistiche, la reale essenza del bene comune, continueremo ad assistere ad interventi flebili e inconcludenti. Dovremo nutrirci di una politica fatta di piccoli passi e di grandi proclami, contraddistinti da blandizie e da preannunciate azioni risolutive di cui sono ignoti tempi di realizzazione e portata. Eppure, i danni catastrofici già prodotti, l’ecoansia dirompente da cui sono afflitti settori sempre più estesi della popolazione giovanile e non, la cattiva salute dei nostri territori e, più in generale, dell’intero pianeta, sono tutti elementi che imporrebbero di intervenire in modo drastico e realmente efficace, privilegiando – per dirla con Vito Mancuso – valori più importanti rispetto alla realizzazione del proprio interesse immediato.

Quel che però non deve sfuggire è che, così come nelle società commerciali l’amministratore può essere chiamato a rispondere quando, a fronte di una situazione di crisi, non adotti scelte e strategie in concreto esigibili al fine di porvi rimedio, allo stesso modo gli amministratori pubblici potranno rendersi responsabili – e questo al cospetto dell’intera collettività – per omesso o inadeguato intervento rispetto a uno stato delle cose oggi non più tollerabile.

Quanto del resto accaduto di recente Oltralpe ben può fungere da monito: il 16 giugno scorso il tribunale amministrativo di Parigi ha per la prima volta condannato lo Stato, ritenuto responsabile dell’inquinamento dell’aria nella regione parigina, a risarcire le famiglie di due bimbe vittime di gravi crisi di asma, bronchiti ed otiti, con conseguente necessità di periodi di ospedalizzazione e di cure quanto mai pesanti. In precedenza, il Consiglio di Stato aveva inflitto allo Stato francese un’ammenda di dieci milioni di euro, successivamente aumentata a venti, in quanto reputato colpevole della cattiva qualità dell’aria.

Una politica virtuosa avrebbe richiesto – e non da oggi, considerate le informazioni e i documenti disponibili ormai da molti lustri – la messa in capo di strategie capaci di invertire tempestivamente l’inesorabile deterioramento delle condizioni di vivibilità delle nostre città, preservando la fondamentale e generale esigenza di poter beneficiare di un’aria respirabile. Ancora una volta ci si ritrova a dover constatare l’assenza di programmazione, cui fa da sfondo una situazione cui è devenuto vieppiù difficile porre rimedio. Che siano ancora una volta i processi a dover tentare di porre rimedio a situazioni di crisi la dice lunga sull’incapacità di guardare in modo disinteressato e virtuoso agli effettivi bisogni della collettività”.

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