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L’incubo 2021, 1,2 milioni di licenziamenti. La corsa contro il tempo per evitare l’ecatombe

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Al giro di boa di Ferragosto, lo spettro è quello dell’ecatombe 2021. I posti di lavoro a rischio, non appena cadrà il blocco dei licenziamenti, sono – a seconda di chi conta – fra 900 mila e 1,2 milioni, ma potrebbero arrivare a 1,5 milioni, il triplo di quanto abbiamo visto fin ad adesso: fra gennaio e giugno, infatti, la crisi ne ha già cancellati 600 mila, ma, se consideriamo quelli “congelati” dalla cassa integrazione, si arriva ad un milione e mezzo: le ore di lavoro integrate dall’Inps, rapportate ad un orario di 40 ore settimanali, corrispondono, infatti, a 900 mila posti di lavoro a tempo pieno.

Nell’ipotesi estrema che tutte le aziende che hanno fatto ricorso alla Cig alla fine, chiudano i battenti, quei posti svanirebbero.

In altre parole, grazie alle misure straordinarie messe in campo dal governo italiano, dall’Europa e dalla Bce, noi l’effetto pieno del lockdown ancora non l’abbiamo visto.

E, purtroppo, tutti i calcoli scontano un ottimismo che le notizie di questi giorni mostrano fragile: la scommessa di evitare una nuova quarantena è appesa, infatti, alla speranza che non ci sia una nuova ondata di contagi.

Cosa succederebbe in questo caso – questo sì – lo sappiamo già: fra la primavera e l’inverno, il Pil italiano si è ridotto del 12,4 per cento, un crollo mai visto negli ultimi 40 anni. Un bis in autunno aprirebbe scenari impensabili, anche perché la crisi si accanirebbe su un organismo già indebolito: quella in corso è la quarta recessione negli ultimi dieci anni.

Nei numeri, l’economia italiana, oggi, è ai livelli dei primi anni ’90.

Ma, avvertono molti economisti, non si può neanche tenere l’economia in animazione sospesa troppo a lungo, bloccando i licenziamenti e sussidiando le aziende, a prescindere dal loro stato di salute e dalle loro prospettive.

Chi vorrebbe investire – dicono gli industriali – si guarderà bene dal farlo fino a che non tornerà la possibilità di licenziare se l’investimento dovesse andar male. Contemporaneamente, all’estero, è in pieno sviluppo un acceso dibattito sulla natura che devono assumere i programmi di stimolo lanciati dai governi. Oggi, ad esempio in Italia, sono sostanzialmente a pioggia, destinati a chiunque fronteggi un crollo di fatturato.

Molti sostengono, invece, che gli aiuti andrebbero incanalati e concentrati nelle aziende e nei settori più moderni, innovativi, con maggiori possibilità di sviluppo: meglio finanziare una start-up digitale, abbandonando al suo destino una segheria. Ma è davvero così?

Il rischio di selezionare gli interventi di sostegno in base a mode troppo facili è alto. A mettere le cose sul tavolo nel modo più netto è uno che conosce bene l’economia europea, visto che è stato a lungo il responsabile per l’Europa del Fondo monetario internazionale: “A che serve – si chiede Reza Moghadam – sussidiare l’occupazione in alberghi semivuoti? Dirottiamo quegli occupati verso impieghi più produttivi”.

Per l’Italia, che deve il 15 per cento del suo Pil al turismo, sarebbe una decisione epocale. E, probabilmente, sbagliata.

Il turismo resta una grande opportunità per l’Italia e il pessimismo di Moghadam non è affatto generale: in questi giorni, un gruppo immobiliare spagnolo ha lanciato un fondo da 1,5 miliardi di euro da investire in alberghi e resort intorno al Mediterraneo.

Inoltre, chi ha girato l’Italia in questi giorni ha potuto verificare che la domanda di turismo è ancora vigorosa: a spaventare gli operatori non è l’assenza di clienti ma il peso finanziario  dei mesi vuoti di quarantena.

Insomma, nella gestione dei soldi che stanno per arrivare nell’economia italiana non è il caso di sperare in ricette buone in ogni caso.

E’ davvero la partita più difficile, per noi più che per altri paesi: i soldi sono tanti, ma noi abbiamo due ostacoli in più da superare.

La pandemia, infatti, ha probabilmente ridotto il prodotto potenziale della nostra economia.

In parole semplici, ci troviamo a gestire la ripresa con una quota significativa di aziende dissestate e di lavoratori dirottati su impieghi meno produttivi di quelli svolti prima della pandemia.

Pensate ad un buon tornitore che, chiusa l’azienda per cui lavorava, finisce per fare il magazziniere ad Amazon.

L’occupazione è salva, Amazon ha probabilmente trovato un buon magazziniere, ma all’economia italiana serviva di più come tornitore.

Il secondo ostacolo è l’età media della società italiana.

Al Fmi hanno messo a confronto l’andamento di 17 paesi industrializzati fra il 1985 e il 2017, distinguendo fra quelli dove gli over 65 sono più del 26 per cento delle persone in età di lavoro (è il caso dell’Italia) e i paesi giovani, con over 65 che non superano il 19 per cento della forza lavoro.

Il risultato è che, nei paesi giovani, gli stimoli fiscali sono molto più efficaci e potenti.

I paesi vecchi tendono, infatti, a crescer meno, ad essere più zavorrati di debiti e ad avere consumatori meno reattivi: i paesi vecchi hanno tanti pensionati a reddito fisso, poco sensibili ai mutamenti di marcia dell’economia.

Uno stimolo (tagli di tasse o aumenti di spesa pubblica) pari all’1 per cento del Pil, calcolano gli economisti del Fmi, produce, dopo quattro anni, una crescita dello 0,6 per cento nei paesi giovani, dello 0,2 per cento in quelli più vecchi.

Quindi, se l’Italia fosse un paese con più giovani, i 100 miliardi di euro messi in campo dal governo, pari al 6 per cento del Pil, si tradurrebbero, dopo quattro anni, in una maggiore crescita del 3,2 per cento.

Siccome, invece, siamo un paese di vecchi, lo stimolo di questi mesi non aggiungerà all’economia italiana più dell’1,2 per cento.

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