«Draghi? Ha le qualità che da tempo auspicavo in un politico: una persona seria, competente, autorevole ed efficace».
Carlo Bonomi, numero uno di Confindustria, fatica a trattenere la soddisfazione per la svolta inattesa nella storia politica italiana.
«Ammiro Draghi anche in tempi non sospetti. Ad agosto, poco dopo la mia elezione, sono andato al meeting di Rimini ad ascoltarlo. Pensavo che avrei trovato in sala buona parte dei rappresentanti del sistema politico ed economico italiano. C’ero solo io».
«Ho sempre considerato Mario Draghi un patrimonio del nostro Paese».
«Alla politica noi abbiamo sempre chiesto un metodo di lavoro. Abbiamo sperato di poterci confrontare con persone serie, autorevoli, competenti».
«Il nostro giudizio sul governo Conte era negativo. Anche se avevo riconosciuto, ad esempio, il ruolo positivo della struttura tecnica e della competenza del Ministero dell’Economia».
«Di fronte al nuovo spettacolo di caos che stavano dando i partiti, domenica scorsa ho richiamato la necessità di difendere l’importanza del Mef. Ho personalizzato la questione con il nome del ministro perché i partiti avevano aggirato il Mef anche nell’impostazione del piano nazionale di ripresa e relisienza. Sono rimasto sorpreso dalle reazioni a queste mie affermazioni. Sono state scambiate per un sostegno a parti della maggioranza che Confidustria e io per primo non abbiamo mai fatto» spiega in una lunga intervista al quotidiano La Stampa.
Che cosa chiederà Confindustria al nuovo presidente del consiglio?
«Non miliardi ma confronto».
Proporrete l’abolizione di reddito di cittadinanza e di quota 100? Domanda il giornalista Paolo Griseri.
«Abbiamo sempre pensato fosse necessario combattere la povertà ma è sotto gli occhi di tutti che il reddito di cittadinanza come strumento per favorire la ricerca di un lavoro ha fallito».
«Abbiamo bisogno di una riforma radicale degli ammortizzatori sociali e di politiche attive del lavoro efficaci, non solo imperniate sui centri pubblici per l’impiego. Sono due riforme che vanno insieme. A luglio abbiamo presentato una nostra proposta al governo. Ma non se ne è mai fatto nulla».
Anche i sindacati chiedono una riforma su cassa integrazione e mobilità. Non potreste trovare un punto di incontro? Chiede il giornalista de La Stampa.
«Credo che il nuovo governo potrebbe convocarci per una trattativa a tre. Dobbiamo cambiare la filosofia: è difficile immaginare di mantenere il lavoro dove era e come era in un mondo che cambia. E contemporaneamente tutelare le persone, formandole perché abbiano la capacità di modificare la loro professionalità. Ma per ottenere il risultato bisogna modificare vecchie norme. Come quella che impedisce la formazione a chi si trova in cassa integrazione».
Anche quota cento a vostro parere va rivista? Lo incalza Griseri.
«Abbiamo sempre avvertito che quota 100 avrebbe creato problemi di sostenibilità del debito pubblico e aggravato l’ingiustizia verso i più giovani. L’idea che pensionando in anticipo i più anziani si creassero nuovi posti di lavoro non è fattibile».
Oggi c’è il blocco dei licenziamenti. Ma quando quel blocco finirà? Quanti perderanno il posto di lavoro? Chiede Griseri a Bonomi.
«All’inizio della pandemia eravamo in emergenza ed era naturale adottare un intervento emergenziale come il blocco, che peraltro non è stato adottato in nessun altro Paese occidentale. E nonostante il blocco dall’inizio della pandemia abbiamo comunque perso oltre 600 mila posti di lavoro. Nessuno vuole fare macelleria sociale. Dobbiamo invece graduare l’uscita dal blocco prolungando la cassa Covid per le aziende in gravi difficoltà ma togliendo i vincoli alle altre. Unendo nuovi ammortizzatori e nuove politiche entrambi volti all’occupabilità».
Qual è stato il principale difetto del governo Conte, quello che vi ha fatto esprimere un giudizio negativo? Chiede il giornalista.
«Il documento per il Recovery era completamente da riscrivere. Non si capiva chi dovesse gestire i fondi. E non c’erano obiettivi precisi su riforme essenziali. Senza ristrutturare a fondo la nostra pubblica amministrazione non riusciremo mai a spendere 200 miliardi di euro in 6 anni. In media ce ne mettiamo 15 a realizzare le opere di valore superiore ai 100 milioni. Dobbiamo riformare pubblica amministrazione, giustizia e lavoro».
« I dati dicono che nel 2020 abbiamo perso Pil in una percentuale doppia della Germania. Con Draghi abbiamo ben altre aspettative».








