“La dichiarazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio sui femminicidi parte da un’affermazione molto giusta e condivisibile: le misure di punizione e repressione a violenza avvenuta non possono essere efficaci, se prima non si sradica il sistema di valori su cui il reato si basa. Il discorso, però, subito si sposta sui ‘giovani e adulti di etnie che magari non hanno la nostra sensibilità verso le donne’”.
Nicoletta Verna sulla Stampa affronta il tema del substrato sociale dei femminicidi: “Una volta evidenziato il problema, cioè, non si trova una soluzione: si trova un nemico. Questo è un artificio retorico ben noto, utile soprattutto quando si è di fronte a una questione molto difficile, controversa, carica dal punto di vista emotivo. È una scorciatoia cognitiva e dialettica facile, indolore: significa ridurre la complessità del reale, banalizzare. L’aspetto del ‘trovare un nemico’ su cui vale la pena riflettere non è solo l’iper-semplificazione del discorso (la correlazione fra etnia e femminicidi è molto articolata, e ci dice sostanzialmente che i femminicidi avvengono fra connazionali, a prescindere dalla provenienza geografica). È anche, e forse soprattutto, il rischio di uno scollamento dalla realtà e, dunque, dalle responsabilità. L’affermare che la questione riguarda qualcun altro ci assolve dal peso di impegnarci per trovare soluzione. E se questo messaggio arriva alle nuove generazioni diventa un problema educativo, poiché qualunque educazione, specie quella affettiva, dovrebbe invece muoversi da una precisa presa di coscienza del proprio ruolo, apporto, influenza nella vita sociale”.
“L’enorme clamore suscitato da una serie come Adolescence si è basato anche su questo: non sposta il fuoco su un colpevole esterno, ma resta nelle dinamiche che riconosciamo come nostre. Non ci fa dire ‘può succedere’, ma ‘può succedere a me’”.
“Parlando di femminicidi, allora, uno dei temi dovrebbe essere l’identificazione. Non nel senso, ovviamente, che dobbiamo metterci nei panni del femminicida, né tantomeno che dobbiamo riconoscerci in lui. Ma nel senso che ogni femminicidio è figlio di una cultura dominante, di una storia collettiva che ci riguarda, che ci appartiene”.
“Finché – conclude – diremo che è colpa dell’altro, del nemico, del diverso, dello straniero, finché trasmetteremo ai nostri figli la rassicurante narrazione che il problema non riguarda loro, è impossibile sperare di risolverlo.”








