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Lavoro: il 91,5% dei giovani valuta il rientro dall’estero ma solo con le condizioni favorevoli | L’indagine della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro

Nel 2024 quasi 22mila giovani italiani sono rientrati dall’estero. Un dato in crescita che emerge dal dossier “Giovani all’estero: tra opportunità di lavoro e voglia di crescita”, realizzato dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e presentato in occasione del Festival del Lavoro 2025, in programma a Genova dal 29 al 31 maggio.

Dall’indagine risulta che due giovani su tre valutano il ritorno, a condizione di migliori salari, valorizzazione del merito e reali prospettive di crescita. I giovani italiani, secondo lo studio, partono per formarsi, crescere e sperimentare nuovi contesti professionali.

La mobilità giovanile all’estero aumenta, ma è sempre più consapevole, progettuale e spesso temporanea.

Infatti, due giovani su tre considerano possibile un ritorno in Italia, a patto che si creino condizioni più favorevoli: non solo salari più competitivi (91,5%), ma anche valorizzazione del merito (78%), reali opportunità di crescita professionale (71,2%) e una maggiore cultura manageriale nelle imprese (42,9%).

Nel 2024, secondo i dati Istat diffusi ad aprile 2025, oltre 93mila giovani italiani tra i 18 e i 39 anni hanno trasferito la propria residenza all’estero, segnando un incremento del 107,2% rispetto al 2014 (quando furono 45mila).

Nello stesso anno, però, sono rientrati quasi 22mila giovani italiani su un totale di quasi 53mila rientri, una cifra percentualmente in aumento rispetto al passato. Un dato che fotografa l’espansione di un fenomeno che, alla luce dei dati, non può più essere letto solo in termini di “fuga di cervelli”.

Solo il 26,5% dei giovani intervistati ha indicato la mancanza di lavoro in Italia come motivo principale della partenza. Più spesso a motivare la scelta sono il desiderio di fare un’esperienza diversa (40,5%), la disponibilità di una buona opportunità (22,5%) e la volontà di arricchire il proprio curriculum in chiave internazionale (18,5%).

Un fenomeno trasversale che interessa tutto il territorio nazionale – dal Nord al Sud – e che riflette l’evoluzione di una generazione sempre più orientata verso carriere globali. Ma vivere all’estero non sempre si traduce in un miglioramento della qualità della vita.

L’indagine, condotta su un campione significativo di giovani italiani espatriati o rientrati negli ultimi cinque anni, evidenzia numerose criticità: sebbene il 57,9% si dichiari molto soddisfatto dell’esperienza fatta, solo il 19,4% valuta molto positivamente la qualità delle relazioni personali, il 21,4% esprime giudizi negativi sulla meritocrazia e il 64,8% segnala l’elevato costo della vita come fattore penalizzante.

Inoltre, solo il 29,3% si dice molto soddisfatto delle retribuzioni percepite in rapporto alle spese. Per tali ragioni, molti giovani vedono nel rientro un’opportunità, purché accompagnata da misure concrete.

Tra le leve che potrebbero favorire il ritorno: incentivi mirati, qualità della vita, vicinanza agli affetti e un modello organizzativo più evoluto, capace di valorizzare competenze e responsabilità.

In un contesto europeo in cui la mobilità internazionale è sempre più diffusa, emerge la necessità di ripensare l’attrattività del sistema Paese.

“Oggi la sfida non è solo trattenere i giovani, ma creare le condizioni perché abbiano voglia di restare, o di tornare. È tempo di costruire un Paese in grado di competere e attrarre talento. Per riuscirci, dobbiamo continuare ad investire sull’attrattività del sistema Italia: creando le condizioni per un lavoro sicuro e di qualità, accrescere il potere di acquisto dei salari e aumentare i servizi per favorire la conciliazione vita/lavoro”, ha dichiarato Rosario De Luca, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro.

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