Mario Draghi potrebbe molto presto parlare al Paese. Forse questione di ore. In diretta tv potrebbe chiedere un ulteriore sacrificio agli italiani per contenere la terza ondata del virus.
Draghi infatti medita molto seriamente sull’idea di un lockdown di 5 settimane. L’ultima sacrificio prima dell’avvio della vaccinazione di massa.
Ma la decisione non è semplice per i tanti interessi pubblici in gioco con una popolazione stremata da un anno di convivenza con virus.
Eppure pare che Draghi si stia convincendo che proprio la strategia di convivere con il virus sia sbagliata.
Il premier è consapevole che servono nuove chiusure, serve giocare d’anticipo sul virus come dimostrano le scelte portate avanti da Germania (che pur avendo 7 mila casi al giorno ha scelto di protrarre il lockdown iniziato a dicembre con tanto di chiusura delle scuole) o come la Francia che da ottobre costringe bar e ristoranti a una chiusura ininterrotta.
Sul tavolo del presidente del consiglio c’è un dossier del Comitato Tecnico Scientifico che spiega come la variante inglese corra ad una velocità superiore del 39 per cento rispetto al ceppo originario di Covid 19, e che l’Italia corre il concreto rischio entro la fine del mese di arrivare al drammatico conteggio di mille morti al giorno.
“Le mezze misure – ha detto la sindaca di Parigi Anne Hindago – contro la variante non servono più”.
E’ l’ora delle scelte drastiche per fermare la terza ondata che rischia di essere peggiore della prima.
Per questo Draghi pare pronto a parlare al Paese, perché dopo le scelte radicali di cambiare i vertici di gestione dell’emergenza – con la rimozione del commissario straordinario Domenico Arcuri e del capo della Protezione Civile Angelo Borrelli – ora serve anche un piano d’attacco contro che però passa obbligatoriamente attraverso un ulteriore sacrificio: il più duro, quello da chiedere ancora una volta al Paese e a tutti gli italiani. Nessuno escluso.
Una scelta molto impopolare che Draghi si trova davanti, consapevole che buona parte della maggioranza politica che lo sostiene (Lega, Forza Italia e Italia Viva) è fortemente contraria a nuove chiusure, e meno che mai ad un ipotesi di lockdown.
E non è un caso che proprio ieri il fondatore di Forza Italia Silvio Berlusconi – tra i principali fautori del Governo Draghi – ha lanciato un appello proprio contro questa ipotesi. Evocando la parola lockdown che era stata rimossa dal discorso pubblico sull’emergenza in Italia. Forse il Cav ha voluto giocare d’anticipo per smarcarsi da scelte che ritiene draconiane.
“Pensavamo che il peggio fosse passato, eppure le curve di contagio sono tornate a crescere a causa delle varianti – ha evidenziato ieri l’ex premier – Bisogna fare di tutto per evitare che si renda necessario un nuovo lockdown, che, oltre a rappresentare un grave danno per le persone, avrebbe conseguenze drammatiche sul sistema economico che, ricordiamolo, è già in grave difficoltà. Quando smetteranno di prorogare il blocco dei licenziamenti, avremo migliaia di nuovi disoccupati. Bisogna evitare che la crisi economica si trasformi in una grave crisi sociale ed ora che siamo al governo abbiamo gli strumenti per farlo. Il primo antidoto a tutto questo sono i vaccini”.
Ma la linea prevalente nel Governo Draghi pare sia quella portata avanti dal ministro alla Sanità Roberto Speranza: “La politica, le istituzioni hanno l’obbligo di dire sempre la verità, anche quando la verità puo’ non portare consenso”.
E “la verità è che le prossime settimane non saranno facili”.
“So che è bello dire che si può riaprire tutto, che ormai siamo in una fase diversa, pero’ dire queste cose significa assumersi delle responsabilità” ha aggiunto.
“L’epidemia è ancora molto forte e presente sui nostri territori – ha proseguito – da tutte le regioni arrivano segnalazioni della curva che risale: i numeri dei contagi nell’ultima settimana sono cresciuti in maniera significativa. Questo significa avere il coraggio di assumere decisioni coerenti rispetto alla sfida che abbiamo di fronte” ha concluso il ministro.
E la strategia che potrebbe intraprendere il Governo potrebbe essere quella traccia dal consigliere del ministro alla Sanità, Walter Ricciardi.
“Questa strategia è basata su sei azioni che possono portare interi Paesi, ma anche Regioni o aree sub-regionali ad eliminare il virus in 5-6 settimane” spiega Ricciardi.
“Ecco i punti cardine”.
“1. Definire le zone “protette” da liberare.
2. Attivare una campagna di comunicazione e motivazione per l’implementazione della strategia.
3. Realizzare un lockdown di 4-5 settimane insieme a misure di supporto e protezione economica.
4. Convertire alberghi ed altre strutture in residenze per isolamento e quarantena.
5. Porre in quarantena in queste strutture i viaggiatori che arrivano dall’esterno delle zone protette.
6. Riaprire tutte le attività nelle “zone verdi” liberate dal virus (green zones)”.
Prosegue Ricciardi: “Benché la strategia No Covid richieda importanti investimenti iniziali è enormemente più vantaggiosa dell’alternativa che è quella di vivere mesi di yo-yo tra chiusure e parziali riaperture, accompagnate da morte, malattia e disabilità permanenti e progressivo impoverimento di una percentuale importante della popolazione”.
“In particolare, è poi importante comprendere che le restrizioni della mobilità, in particolare dei viaggi non essenziali, sono un punto cruciale della strategia No Covid, perché consentono ai Paesi liberi dal virus di preservare i benefici ottenuti con i lockdown, poiché se questi ultimi sono in grado di eliminare la trasmissione del coronavirus, l’assenza di procedure di quarantena per i viaggiatori in entrata significa reimportare casi che ricominceranno fatalmente a crescere in assenza di misure restrittive”.
“È quello che continuiamo a vedere in Europa e negli Stati Uniti, mentre le strategie No Covid cominciano ad avere effetto, oltre che in Asia e in Oceania, anche in Canada e in alcuni stati americani” prosegue Ricciardi.
“Tutto ciò necessiterebbe di una decisione convinta da parte dei governi, ma consapevoli che non tutti hanno la visione, la leadership e la determinazione per farlo, è possibile ipotizzare anche un percorso “dal basso”, promosso da città, Province, Regioni o Paesi che siano pronti a fare quello che è necessario per eliminare il coronavirus”.








