Che volete di più? Le linee guida per la ripartenza del Paese, che il governo ha appena presentato in Parlamento non sono, propriamente, un libro dei sogni.
Ci sono in serbo risorse massicce, i 200 miliardi di euro e passa messi a disposizione dalla Ue, una cifra che i governi degli ultimi 30 anni non hanno mai neanche sognato.
E i sei assi di sviluppo indicati dalle linee guida sono giusti.
Tutta roba ottima e abbondante, insomma.
Troppo abbondante, forse anche per non scontentare proprio nessuno, vista la decisione – un po’ sospetta – di pubblicare le linee guida a quattro giorni dalle elezioni.
Ma così, forse, le linee guida sono quasi inservibili e, probabilmente, neppure il modo più efficace di far ripartire l’Italia.
Duecento miliardi di euro sono tanti, ma non bastano a far tutto.
Occorre decidere: pochi progetti, ma portati fino in fondo, puntandoci sopra tutte le fiches.
Ovvero, bisogna fare delle scelte e ancora non ci siamo.
Per arrivarci occorre anzitutto sgombrare il terreno da un equivoco cruciale.
Ci aspettano mesi durissimi. Chi ha parlato con gli imprenditori sa che si preparano ondate di licenziamenti, non appena si esaurisce la cassa integrazione.
Ma i soldi del Recovery Fund arriveranno troppo tardi per tamponare questa crisi.
Possiamo solo sperare che quando – non prima di un anno – si cominceranno a spendere quei 200 miliardi, gli effetti indiretti (compresi quelli più modesti, come l’assunzione di insegnanti e geometri) rimpolpino la domanda e, dunque, l’attività.
Ma i benefici veri, l’Italia viva e scattante che i piani di ripartenza fanno intravedere, li vedremo solo fra 10-15 anni.
L’unico problema che non abbiamo, comunque, è la diagnosi.
L’Italia ha subito più di altri paesi l’impatto della pandemia, con un Pil pro capite che è tornato ai livelli di fine anni ’80, perché da 30 anni cresce poco ed è dunque più facile scivolare così indietro.
L’obiettivo del governo è raddoppiare la crescita dalla media attuale di 0,8 per cento l’anno a 1,6.
Per farlo, avverte la Banca d’Italia, occorre che la produttività, oggi stagnante, aumenti almeno di un punto percentuale l’anno.
Come ci si arriva?
Digitalizzazione, occupazione, innovazione, suggeriscono gli esperti.
Le linee guida del governo le contemplano tutt’e tre, ma, nel concreto, emergono tutti i rischi di verbosità e fumosità.
INNOVAZIONE. L’obiettivo di aumentare la spesa per Ricerca&Sviluppo dall’attuale 1,3 per cento del Pil al 2,1 per cento è giusto. Anzi, modesto. In fondo, nella media dei paesi industrializzati come il nostro la quota di spesa per R&D è più alta, 2,4 per cento. Ma il punto è che non basterà accrescere la spesa pubblica per la ricerca per arrivarci. Il vero buco della ricerca, in Italia, è sul versante privato. Il gap fra la spesa italiana e la spesa media Ocse corrisponde quasi esattamente al gap fra la spesa dei privati italiani (0,9 per cento) e i privati degli altri paesi Ocse (1,7 per cento). Mobilitare l’impegno delle imprese, comunque, è solo una parte del problema. A monte della ricerca c’è il sistema educativo. E noi siamo penultimi, nella Ue, per numero di giovani laureati (25-34 anni).
OCCUPAZIONE. Nei prossimi 15 anni, anche considerando l’ingresso (Salvini permettendo) di 200 mila immigrati l’anno, ci saranno 3 milioni di persone in meno in età di lavoro (15-64 anni). Per colmare il buco e portare il tasso di occupati, rispetto alla popolazione, dall’attuale 63 al 73 per cento (ancora una volta, è la media Ue) occorre mobilitare il lavoro femminile. Per consentire alle donne di uscire di casa per andare in fabbrica o in ufficio, tuttavia, forse la strada più breve, anziché una pioggia di sussidi, è un autentico piano-choc di costruzione e avvio di asili nido, soprattutto nel Mezzogiorno, dove sono più carenti e dove l’occupazione femminile è più bassa.
DIGITALIZZAZIONE. Siamo al 25 posto nella Ue nelle classifiche che ci dicono quanto è digitale la popolazione. Dietro di noi, solo Grecia, Romania e Bulgaria. In buona sostanza, usiamo poco Internet. La chiave dovrebbe essere la realizzazione della Rete unica in fibra. Di cui, infatti, molto si discute. Ma la soluzione verso cui sembra avviarsi il governo, con l’ex monopolista (Tim) che mantiene la maggioranza della proprietà della rete, pur sottoponendosi a vari vincoli nella sua gestione, per assicurarne la neutralità, sembra una soluzione macchinosa e aperta a una serie infinita di polemiche e contestazioni.
Probabilmente, piace poco anche a Bruxelles, che, pure, è destinata ad avere una parte centrale nella distribuzione del Recovery Fund, visto che è dalla Commissione che dovrà venire il via libera ai vari programmi nazionali, quello italiano compreso.
Ieri, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, in fondo ha fornito ai governi una sorta di mappa degli interventi che si attende, in vari punti più chiara e coraggiosa delle linee guida italiane.
La Commissione, infatti, precisa che si aspetta che il 20 per cento dei fondi del Recovery Fund vada alla digitalizzazione e il 37 per cento agli investimenti verdi.
Anche indicando obiettivi precisi.
A proposito di Ilva, di cui ha voluto parlare in particolare.
Quello di Taranto è il maggior centro siderurgico europeo e la Commissione non sembra aver dubbi sulla soluzione: gli altiforni vanno alimentati ad idrogeno, come, del resto, fa la siderurgia svedese.
Un po’ paradossalmente, sembra quasi che occorra guardare a Bruxelles per capire come l’universalismo delle linee guida di ieri possa precisarsi – anche a costo di qualche mal di pancia nel governo – in indicazioni concrete.
A parte Rete unica e Ilva, ci sarà da spiegare perché il governo pensi di utilizzare il Recovery Fund per gli investimenti sulla salute e non, invece, il Mes, che è lo strumento europeo specificamente pensato per la sanità.
E poi ci sono le cose che, nelle linee guida, probabilmente, non dovrebbero esserci e, invece, ci sono.
Da Bruxelles hanno già fatto capire che i soldi del Recovery Fund, strumento eccezionale e temporaneo, non possono essere utilizzati per una riforma fiscale permanente.
Lo stesso ministro dell’Economia, Gualtieri, aveva precisato che, semmai, l’utilizzo del Recovery Fund poteva liberare (un po’ come il Mes sulla sanità) altre risorse di bilancio per una semplificazione fiscale.
Le linee guida sull’utilizzo del Recovery Fund presentate in Parlamento, invece, di riforma fiscale parlano a lungo e anche in modo contraddittorio.
Giusto o sbagliato che sia, difficile pensare ad un trasferimento della pressione fiscale dalle persone alle cose (ovvero, dall’Irpef all’Iva e alla casa), in questo momento di crisi aperta nei bilanci delle famiglie.
Dalla prossima settimana, esauriti i riti elettorali, forse si fa sul serio.








