Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

[L’analisi esclusiva] Questo è un Paese incapace di spendere le risorse pubbliche. Il flop dello sblocca cantieri e dei fondi per il dissesto idrogeologico

Cerca
L'AUTORE DELL'ARTICOLO
ANALISI E SCENARI
OSSERVATORIO IDEE
OSSERVATORIO IMPRESE

L’Ilva sarà salvata, diventando verde ed ecologica? Ci sarà una Rete Unica che porterà la fibra in ogni casa? Arriveremo, sui treni-lampo dell’alta velocità, in ogni angolo d’Italia? Fiumi e montagne saranno irregimentati in ogni dove da opere di consolidamento e risistemazione?

La parte sexy, anche per i giornalisti, dei programmi per rilanciare il futuro d’Italia è capire dove verranno impiegati i soldi, copiosi rispetto al metro degli ultimi 30 anni, di cui il paese disporrà nei prossimi anni.

Come spesso capita, però, la parte sexy non arriva da sola e per miracolo. Richiede la faticosa, e spesso noiosa, creazione dei presupposti, assai poco sexy, ma indispensabili.

La vera scommessa dell’Italia, in questo momento, sono proprio i presupposti.

Gli appelli a spendere bene i soldi che arrivano dall’Europa e dal deficit di bilancio appena scritto nei libri contabili del Tesoro, in altre parole, sembrano un po’ gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Il problema chiave del paese non è spendere bene. E’ spendere, punto.

Questa, non da oggi, è la parte più difficile. Dietro il lustro dei progetti annunciati, ci sono le storie di ordinaria burocrazia che si incaricano di ridimensionarli, scaglionarli, congelarli.

Il Fondo per le Infrastrutture, messo in pista con la Finanziaria dell’anno scorso, è in piedi dal 1° gennaio scorso, con una dotazione appena inferiore a 20 miliardi di euro (da erogare in in 15 anni, ma anticipabile via mutui della Bei, della Cassa Depositi e Prestiti, delle banche).

Quindi, avanti con i cantieri? No, occorre prima  varare un Decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri.

Come mai Conte, in dieci mesi, ancora non c’è riuscito?

Perché le amministrazioni chiamate a spartirsi i 20 miliardi hanno sommerso il Tesoro di progetti: troppi e, a quanto pare, un po’ confusi.

Alla fine, dopo vari avanti e indietro, i progetti sono stati scremati a Via Venti Settembre e assemblati in un Dpcm. Che, a fine luglio, è approdato alle Camere per un parere. Da rendere in 30 giorni. Ce ne sono voluti 75.

Alla fine, il Dpcm è pronto, manca solo la firma. Cioè, manca la firma e il bollo della Corte dei conti. Poi, via ai cantieri? No.

Ci vogliono i singoli decreti ministeriali, che dovranno tornare a essere vistati alla Corte dei conti. Se ne parla a primavera, 15 mesi dopo il varo.

Dopo di che, non c’è nessuna garanzia che si aprano i cantieri, si paghino operai e imprese, si vedano sorgere ponti e stendersi strade, per quanti tentativi di strizzare gli iter burocratici si facciano.

Dal 2010, per far fronte al dissesto idrogeologico, una delle grandi emergenze del paese, assediato da frane, alluvioni e inondazioni, sono stati finanziati interventi per quasi 6 miliardi di euro.

In altre parole, anche qui, i soldi ci sono. Quanti ne sono stati spesi in dieci anni? Poco più di un quarto: un miliardo e mezzo.

Attenzione, la storia dei soldi per il dissesto idrogeologico è importante, proprio perché non è una storia di ordinaria burocrazia.

Si è cercato, infatti, esattamente di saltarla. Nel 2015, vista la paralisi, la partita è stata affidata ai presidenti delle Regioni, nelle vesti di commissari straordinari (ovvero, dotati di poteri straordinari per sveltire le pratiche e superare l’ordinaria burocrazia).

Eccoli, i famosi commissari, invocati da più parti, in questi mesi per sbottigliare le opere pubbliche.

Cosa è successo, allora, con i commissari, nei cinque anni dal 2015 ad oggi? Dei 6 miliardi messi a bilancio dal 2010, ne sono stati accreditati (cioè specificamente destinati ad uno specifico progetto), meno della metà, 2 miliardi e 600 milioni.

E, di questi, ne è stata effettivamente spesa poco più della metà, appunto un miliardo e mezzo.

Da un rapporto del ministero dell’Ambiente, risulta che i commissari non hanno tutta questa voglia e urgenza di fare i commissari, utilizzando i loro poteri straordinari.

Ci sono, certo, pastoie burocratiche che rallentano  comunque i programmi. Di fatto, ad esempio, i soldi vengono accreditati solo dopo che i lavori sono stati avviati.

Ma i progetti, spesso, si insabbiano, perché le Regioni ne fanno un bel pacchetto e li girano ai Comuni interessati, che hanno ancor meno strutture tecniche delle Regioni (a cominciare da un normale geometra) per realizzarli.

Oppure, si guardano bene dall’utilizzare i poteri commissariali di autorizzazione diretta dei progetti o di sostituzione dei visti amministrativi in ritardo. O anche, semplicemente, di concentrare gli iter burocratici con una Conferenza dei servizi (in tempi di Covid si può fare anche via Zoom) tenuta a prendere decisioni in 30 giorni.

Non vale, allo stesso modo, per tutte le Regioni. Lombardia e Emilia Romagna sono quelle che sono riuscite a spendere di più: rispettivamente il 42 e il 38 per cento dei soldi che avevano ricevuto.

Ma la sorpresa è che la tradizionale divisione Nord-Sud, efficienti-inefficienti, qui non vale. Dopo Lombardia ed Emilia, le due regioni più efficienti sono, infatti, Puglia e Sicilia, che hanno erogato un terzo dei finanziamenti ricevuti.

E l’operoso Nord Est? Veneto e Friuli sono in fondo alla classifica dell’utilizzo dei fondi contro il dissesto idrogeologico: hanno speso solo il 17-18 per cento.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.