“La Russia è un Paese importante: per estensione, demografia, quantità di materie prime.
È quindi certamente in grado di sostenere un conflitto di lunga durata, come si sta rivelando quello ucraino.
Però non ha messo in conto due variabili che si stanno rivelando incombenti”.
Lo scrive Carlo Valentini su Italia Oggi spiegando che “la prima è l’indebolimento di un’economia fondata sulle materie prime, a cominciare da quelle energetiche, poiché l’aggressione all’Ucraina e la dottrina dell’espansionismo hanno provocato una sorta di cordone sanitario da parte dell’Occidente, con l’obiettivo della non dipendenza.
La minaccia di costringere al buio l’inverno europeo non poteva che provocare controreazioni e quindi non è una sorpresa il primo bilancio in rosso di Gazprom, che da polmone economico dell’impero si ritrova a dovere chiedere assistenza.
Né sta andando meglio l’influenza politica.
È vero che la Russia co-promuove quell’alleanza anti-Occidentale che si è sviluppata negli ultimi tempi.
Ma – osserva Valentini – si ritrova in una sorta di vassallaggio rispetto alla Cina: non può muovere foglia che Pechino non voglia.
Quindi la sanguinosa vicenda ucraina non potrà che terminare con un compromesso ma risulterà per la Russia, al di là di quanto otterrà, un pessimo affare.
L’Europa deve evitare la sconfitta dell’Ucraina e non ha senso un pacifismo che premia l’aggressione.
Però allo stesso tempo deve impegnarsi per cercare uno sbocco alla crisi (la vicenda Gazprom potrebbe rendere la Russia meno intransigente), il contrario delle temerarie affermazioni su un coinvolgimento diretto dei Paesi europei o della Nato, frasi che ancora una volta indicano la debolezza dell’Europa.
Tra l’altro le crisi geopolitiche influiscono negativamente sull’economia mondiale e l’Europa si ritrova vaso di coccio tra Stati Uniti e Cina, pagando un prezzo notevole che potrebbe risultare irreversibile.
Non a caso anche le proposte formulate da Mario Draghi nella sua bozza di documento sottolineano come le misure per il rafforzamento della produttività e della competitività – conclude – debbano trainare quel ruolo internazionale anche di mediazione dei conflitti senza il quale l’Europa non avrà futuro”.








