“Macron si è stufato, e non ha certo tutti i torti quando sbotta contro il nemico americano e soci, ma il problema posto da Trump, Putin e Xi – commenta sul Foglio Giuliano Ferrara – non è solo la spinta neocoloniale o neoimperiale, l’egemonismo a tutti i costi, e sono costi alti.
Certe cose le intuiscono solo coloro che sono vaccinati dal comunismo totalitario, ideologia o falsa coscienza che ha fatto della storia l’ideogramma mostruoso in cui si specchia la grande politica mondiale, lo scopo e la giustificazione del tutto.
Macron è un liberale, al massimo un socialdemocratico, un centrista, una persona perbene che ha avuto la fortuna e la sfortuna di vincere le elezioni due volte nel paese più riottoso del mondo al liberalismo (con la Russia).
L’insonnia mi ha suggerito l’altra notte, in combutta con il mio passato, il vero motivo per cui l’anticomunista Trump vuole tutto quello che gli serve e lo vuole subito, i comunisti Putin e Xi altrettanto, sebbene in forme più classiche o millenaristiche.
Vogliono ‘passare alla storia’. Questo mi sembra il problema.
Sono tre uomini diversissimi, in competizione e in collusione al tempo stesso, e convergono verso un identico obiettivo che sa di business, di conquista immateriale e territoriale, terra e denaro al posto di terra e sangue, e se possibile un misto delle due coppie mitizzanti del Novecento.
La cattura di Maduro, sacrosanta, e dell’olio venezuelano, sottratto al contrabbando tra autocrazie in nome della superiorità democratica, populista, Maga, e dell’America (first!) e del suo re incontrastato (first!) vale l’acquisto, con le buone o con le cattive, della Groenlandia, quello sì un residuo coloniale abbastanza insensato del Regno di Danimarca ora sotto le grinfie dell’aquila Usa.
Ma è già militarmente sua, secondo un trattato del 1951, si dice.
Eppure con l’acquisto e l’incorporazione di un nuovo stato, l’isola più grande del mondo (first!), sebbene ghiacciata e abitata da una popolazione equivalente a una infinitesima microfrazioncella di un borough di New York (una trentina di coop a Manhattan), farebbe di Trump un nuovo Teddy Roosevelt, un caso museale di presidente naturalista a suo modo, di presidente esploratore e conquistatore”.








