La moderazione è una virtù, lo è ancor più in politica. Di essa si è alimentato un dibattito millenario che ha sovente incentrato l’attenzione sul potere, smascherando l’innata tendenza umana, allorquando si raggiungono posizioni apicali, a divenire “famelici predatori”. Con ciò mostrando scarsa avvedutezza su quel che un illuminato Tucidide sosteneva già ventiquattro secoli or sono: “di tutte le manifestazioni del potere quella che impressiona di più gli uomini è la moderazione”.
Esser moderati non significa essere accondiscendenti né, tantomeno, privi di determinazione e di coraggio. Vuol dire esser sobri ed equilibrati, scongiurando gli estremismi, valorizzando le proprie idee nel rispetto di quelle altrui. Il tutto nella consapevolezza che le altrui posizioni possono essere foriere – perché mai non dovrebbe essere così? – di elementi di riflessione, nonché di spunti per approfondire e arricchire proposte e soluzioni. Fino a contenere elementi di totale condivisione.
Non tutte le idee e le posizioni altrui sono, come è di evidenza, corrette, ovvero generalmente accettabili. È altrettanto naturale, però, che non tutte le mie idee e prese di posizione siano condivisibili. In ciò una premessa metodologica imprescindibile per intessere dialoghi proficui. Al tempo stesso, per allontanare facili e deleteri eccessi.
La moderazione implica altresì – per chi abbia a cuore in via esclusiva o, quanto meno preminente, l’interesse della collettività – capacità di contemperamento e di componimento. È fondamentale abbandonare logiche pregiudizialmente contestatrici, per effetto delle quali quel che afferma e propone colui che considero il mio “avversario” è, senza eccezione alcuna, negativo. Si tratta di rovesciare la prospettiva a vantaggio di impostazioni vòlte a costruire, ad edificare, secondo canoni il più possibile condivisi, e ciò senza dover far riferimento sempre e comunque al sistema o all’organizzazione di appartenenza. Il che evoca la capacità – intrisa di saggezza – di mettere da parte conflitti e antagonismi viziati all’origine, sovente ispirati da opzioni ideologiche vetuste, anacronistiche e prive di reale aderenza alla concreta realtà.
Le scelte da compiere – e in ciò, vale a dire la scelta, la vera essenza di ogni attività, primariamente politica, che si prefigga di realizzare la prosperità in seno alla comunità di riferimento – devono essere irrinunciabilmente marcate dal perseguimento degli interessi della collettività. Interessi non preconfezionati a tavolino, né condizionati da esasperati tentativi di raccattare consenso popolare, ma percepiti e concretizzati oggettivamente, osservando quel che dall’esperienza economica e sociale emerge in termini di richieste e di istanze. Avendo sempre a mente che la libertà, declinata su plurimi piani e in molteplici direzioni, nonché la salvaguardia dell’autodeterminazione degli individui, rappresentano un dato di partenza fondamentale ed ineliminabile dell’organizzazione democratica e, conseguentemente, in vista di ogni scelta da compiere.
Giungendo al dibattito odierno, ho apprezzato particolarmente la presa di posizione di Marina Berlusconi, la quale, rifuggendo ogni forma di estremismo, ha preso posizione su alcuni diritti di libertà, assumendo di essere su questi temi più vicina alle posizioni della “sinistra di buon senso”. Ora, a voler per un attimo tralasciare i temi specifici trattati, quel che favorevolmente colpisce è la presa di posizione in sé, attraverso la quale si è avvalorata la bontà delle idee “altrui” su alcune fondamentali questioni. Un intervento che ha offuscato vigorosamente la pervasiva tendenza, che in tanti hanno, all’assolutizzazione delle proprie posizioni, evidenziando l’imprescindibile relatività di ogni approccio. Una manifestazione di moderazione, dunque, che racchiude un profondo atto di equilibrio e di coraggio. Un richiamo forte al “buon senso” di cui sembrano essersi smarrite, e non da oggi, le tracce.
Intervento pubblicato sul Corriere della Sera edizione di Bologna








