Ogni anno il 3 maggio si celebra la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa. L’obiettivo è la vigorosa riaffermazione di questo diritto fondamentale, allo scopo di difendere media e giornalisti dagli attacchi portati alla loro indipendenza, nonché di ricordare tutti i caduti nell’esercizio della professione.
La Giornata è stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1993 a seguito della Raccomandazione adottata dalla Conferenza Generale dell’UNESCO nel 1991, la quale aveva risposto all’appello dei giornalisti africani e alla loro storica Dichiarazione di Windhoek sul pluralismo e l’indipendenza dell’informazione[1]. Quest’anno la Conferenza Mondiale, che si terrà in concomitanza con la Giornata, viene organizzata dall’UNESCO in Uruguay dal 2 al 5 maggio ed ha come tema “Journalism under Digital Siege”, con un focus sull’impatto dell’era digitale sulla libertà di espressione, sulla sicurezza dei giornalisti, sull’accesso all’informazione e sulla privacy[2].
Il Rapporto annuale sui giornalisti e il personale dei media uccisi nel 2022, redatto dalla Federazione Internazionale dei Giornalisti[3], narra delle tragiche storie dei giornalisti uccisi nel mondo. Utili dati emergono dal seguente quadro sinottico.

L’Indice della libertà di stampa è misurato da una classifica annuale della libertà nel mondo dell’informazione a livello globale, compilata e pubblicata da Reporters Sans Frontières (RSF)[4]. Quest’ultima è una ONG fondata nel 1985 a Montpellier da quattro giornalisti, che è in prima linea nella difesa e nella promozione della libertà d’informazione. Riconosciuta come organizzazione di servizio pubblico in Francia dal 1995, RSF riveste un ruolo consultivo presso le Nazioni Unite, l’UNESCO, il Consiglio d’Europa e l’Organizzazione internazionale della Francofonia.
RSF cura anche la realizzazione di indagini in merito alle atrocità che vedono coinvolti i giornalisti in giro per il mondo[5]. Di seguito lo spaccato più aggiornato:

Di rilievo anche quanto emerge dal Global Report 2021/2022 dell’UNESCO Journalism is a public good: world trends in freedom of expression and media development[6]. Contenuti menzogneri, carenza d’indipendenza editoriale, attentati di vario genere alla libertà di stampa, filtraggio e limitazioni dell’accesso a internet, marginalizzazione della figura femminile, attentati al pluralismo informativo, oltre che – come già detto – violenze di vario genere commesse nei confronti dei giornalisti, sono alcuni dei mali evidenziati.
Si tratta di analisi che rendono vieppiù importante, non sono dal punto di vista simbolico, la Giornata dedicata alla libertà di stampa.
La libertà di stampa e, in generale, la libertà di manifestazione del pensiero è uno degli architravi su cui si regge ogni sistema democratico; pietra angolare come molti decenni or sono ebbe a definirla la nostra Corte costituzionale. Essa è solennemente enunciata dall’art. 21 della nostra Costituzione con l’evidente obiettivo di sconfessare apertamente l’operato del regime fascista il quale, al pari di ogni sistema dittatoriale, rinveniva nel pluralismo delle voci e delle idee una fonte di pericolo rispetto all’incarnato sistema totalitario.
L’informazione – vista nelle sue plurime sfaccettature: narrazione di fatti, manifestazione di consenso e di dissenso, circolazione delle idee – viene altresì in considerazione come diritto che ogni membro della collettività vanta ad essere informato. Il tutto affinché ciascuno possa liberamente dotarsi di un bagaglio di conoscenze idoneo ai fini della formazione delle idee, dei convincimenti; e ciò anche in vista dell’adozione di scelte consapevoli, nonché, ogni qualvolta vengano in considerazione decisioni e comportamenti da assumere nel contesto della comunità e nei rapporti con gli altri individui, responsabili.
Ecco, dunque, che l’informazione va qualificata come fondamentale bene pubblico, attraverso cui coltivare interessi rilevanti nel contesto della collettività. Nessuno è legittimato a porla in discussione, tanto meno tutti quei personaggi e quei poteri i quali, non di rado, mostrano vistosi segni di insofferenza. Ovviamente parliamo di quell’informazione le cui finalità sono quelle di contribuire, in maniera disinteressata e nobile, alla formazione della pubblica opinione; non di quell’informazione partigiana, asservita a questo o a quell’interesse particolare.
L’informazione, a sua volta, costituisce un potere straordinariamente impattante, il quale se deviato dalle finalità sue proprie, può produrre effetti devastanti nella vita delle persone e nell’àmbito delle attività, economiche e non. Di modo che, diviene imprescindibile richiamarsi a un’etica della professione, da porre a fondamento di un’imperante deontologia, i cui contenuti non possono che essere di elevato spessore.
A tal riguardo è importante dar conto di quanto afferma la relazione di accompagnamento alla proposta di Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio del 16 settembre 2022, attualmente in discussione, vòlta a istituire un quadro comune per i servizi di media nel mercato interno (European Media Freedom Act). Si legge che «il settore dei media fa parte dell’ecosistema delle industrie culturali e creative, uno dei 14 ecosistemi industriali che sono cruciali per una ripresa inclusiva e sostenibile nonché per la duplice transizione (verde e digitale) dell’economia dell’U.E. Allo stesso tempo i servizi di media non costituiscono solo un settore economico importante e dinamico ma sono anche imprescindibili per una sfera civile sana, per le libertà economiche e per i diritti fondamentali, tra cui il diritto all’uguaglianza. I media indipendenti, in particolare se mezzi di informazione, permettono a cittadini e imprese di accedere a una pluralità di opinioni e sono fonti di informazione affidabili. Essi contribuiscono a plasmare l’opinione pubblica e aiutano le persone e le imprese a elaborare pareri e a compiere scelte informate. Svolgono un ruolo cruciale nel preservare l’integrità dello spazio europeo dell’informazione e sono essenziali per il funzionamento delle nostre società democratiche e delle nostre economie» (sottolineato nostro).
Tutto questo è vero, ma a una condizione: che la politica, nonché ogni pubblico o privato potere, sappiano astenersi dall’esercitare indebite influenze, accettando il ruolo terzo dell’informazione. L’indipendenza è un cardine del sistema; ogniqualvolta lo si trafigga si potrà parlare di informazione solo formalmente. Se si ha riguardo alla situazione italiana, si tratta verosimilmente del male più rilevante che affligge il sistema informativo interno, come del resto le vicende che ciclicamente riguardano la RAI in modo più che esemplificativo portano alla ribalta.
[1] La classifica, aggiornata al 2022, relativa a ciascun Paese è disponibile al seguente link: https://rsf.org/fr/classement. Ivi si trova, con riferimento a ciascun Paese, una scheda illustrativa. Le lingue disponibili includono l’inglese e il francese.
[2] Il barometro si trova al seguente link: https://rsf.org/fr/barometre.
[3] Il Rapporto, in lingua inglese, è stato pubblicato il 6 febbraio 2023: v. https://www.ifj.org/fileadmin/user_upload/FIJ_2022_Killed_List.pdf.
[4] All’esito della tavola rotonda dell’UNESCO, tenutasi in Namibia tra il 29 aprile e, appunto, il 3 maggio 1991, finalizzata a promuovere l’indipendenza e il pluralismo della stampa africana, venne redatta la Dichiarazione di Windhoek. Essa afferma importanti principi sulla difesa della libertà di stampa, del pluralismo e dell’indipendenza dei mezzi di comunicazione, intesi quali elementi fondamentali per la difesa della democrazia e il rispetto dei diritti umani. La dichiarazione è disponibile, in inglese, all’indirizzo: https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000093186.
[5] https://www.unesco.it/it/News/Detail/1493.
[6] Il Report è disponibile sia in inglese che in francese (“Le journalisme est un bien public: tendances mondiales en matière de liberté d’expression et de développement des médias”) sul sito: https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000381449.








