Un’altra notte di attacchi contro infrastrutture civili e navi portacontainer in Medio Oriente, mentre la guerra entra nel suo 13° giorno.
Un attacco ha colpito anche la base militare italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, e il ministero della Difesa italiano ha rassicurato sul fatto che non ci sono feriti tra i soldati italiani.
Con un post condiviso sul profilo X del dicastero nella notte, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha indicato che “non ci sono vittime né feriti tra il personale italiano” della base di Erbil.
“Stanno tutti bene. Sono costantemente aggiornato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e dal Comandante dei Covi”, ha aggiunto.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso la “ferma condanna per l’attacco che ha subito la base italiana di Erbil“, indicando di aver parlato con l’Ambasciatore d’Italia in Iraq.
“Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria”, ha aggiunto.
Altre tre navi civili sono state attaccate durante la notte, secondo l’Uk Maritime Trade Operation, il servizio di informazione sulla sicurezza marittima gestito dalla Royal Navy britannica.
Si tratta di due petroliere attraccate nel porto iracheno di Bassora, e una nave portacontainer negli Emirati Arabi Uniti.
L’Uk Maritime Trade Operation continua a consigliare alle imbarcazioni di “transitare con cautela” nel Golfo Persico.
In Bahrein, si è verificato un grave incendio dopo che l’Iran ha preso di mira serbatoi di petrolio e carburante vicino all’aeroporto internazionale.
In Oman le squadre dei vigili del fuoco stanno ancora lavorando per contenere l’incendio divampato nei serbatoi di carburante dopo l’attacco di ieri al porto di Salalah.
L’Oman ha ordinato parallelamente l’evacuazione delle navi attraccate nel proprio terminal per l’esportazione di petrolio come misura precauzionale.
Diverse esplosioni, di cui una molto forte, sono state udite questa mattina nel centro di Dubai, secondo quanto riferisce Al Jazeera.
L’autorità per l’aviazione civile del Kuwait ha invece segnalato un attacco con un drone nel suo aeroporto internazionale, indicando che l’attacco ha causato solo danni materiali.
Proseguono anche gli attacchi aerei israeliani sulle città di Rashaf e Yater, nel Libano meridionale, e alla periferia della città di Qantara, riporta Al Jazeera.
Ieri, il Ministero della Salute libanese ha dichiarato che almeno 634 persone sono state uccise e 1.586 ferite dagli attacchi israeliani contro il Paese dal 2 marzo scorso.
Intanto dalla Cina arriva un monito alle parti coinvolte nel conflitto a cessare le ostilità e liberare lo stretto di Hormuz, bloccato al transito dai pasdaran iraniani dal primo giorno di guerra, lo scorso 28 febbraio, con un impatto ingente sulle rotte dell’energia globali.
“Lo Stretto di Hormuz e le acque circostanti sono importanti rotte per il commercio internazionale di beni ed energia”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiaku, in conferenza stampa, esortando tutte le parti in conflitto a “cessare immediatamente le azioni militari, impedire un’ulteriore escalation delle tensioni e prevenire l’instabilità regionale che potrebbe ulteriormente influire sullo sviluppo economico globale”.
Tutto questo mentre il presidente Usa, Donald Trump, ha detto ieri che l’Iran è “vicino alla sconfitta”.
Intervistato da Axios, l’inquilino della Casa Bianca ha detto che la guerra con l’Iran potrebbe finire “presto” perché “non c’è più praticamente nulla” che l’esercito degli Stati Uniti possa bombardare.
Un’arma da 25 mila euro ha cambiato il corso della Storia: i droni made in Iran, un quindicennio dopo la loro prima apparizione nel 2010, hanno rivoluzionato la strategia militare fino a costringere giganti come gli Usa, la Cina e la Russia a copiare la tecnologia partorita dalla Repubblica islamica.
All’epoca, il regime degli ayatollah annunciò al mondo il primo drone a lungo raggio, il Karrar capace di trasportare missili aria-terra, ma è solo nel 2012 che venne svelato lo ‘Shahed-129’, il padre dei micidiali droni Shahed-136 che oggi fanno strage in Ucraina o colpiscono gli obiettivi nel mirino della rappresaglia iraniana nel Golfo Persico e nei Paesi vicini.
La leggenda narra che gli iraniani abbiano realizzato quest’arma basandosi sulla tecnologia di un drone americano Lockheed Martin RQ-170 Sentinel, catturato nel nordest del Paese nel settembre del 2011.
Altri esperti ritengono però che il modello Shahed (che in farsi significa testimone) sia più simile a un drone tedesco degli anni ’80, il Die Drohne Antiradar (Dar), con cui condivide le sembianze e anche l’idea di fondo, quella di essere un’arma ‘kamikaze’ economica per distruggere le infrastrutture nemiche senza impegnare asset più importanti e impegnativi come aerei, navi o batterie mobili.
I sauditi sono stati i primi a pagare il prezzo dell’avvento della nuova tecnologia: nel settembre 2019 droni Shahed del modello 131 vennero utilizzati negli attacchi contro gli impianti petroliferi della Aramco a Abqaiq e Khurais, nell’est del Paese, dove ci vollero ore per estinguere gli incendi causati dalle esplosioni.
Un attacco rivendicato dagli Houthi, ma attribuito a Teheran.
Lo Shahed-131 ha una gittata di 700-900 chilometri, mentre lo Shahed-136, più grande con i suoi tre metri e mezzo di lunghezza e due e mezzo di apertura alare, ha una gittata di almeno 2.000 km.
Volano lungo coordinate geografiche inserite manualmente prima di colpire i bersagli e grazie all’assemblaggio – nonostante le sanzioni – di una varietà di tecnologie commerciali di fabbricazione occidentale – è difficile intercettarli.
I russi hanno iniziato a fabbricarli in casa, si chiamano Geran-1 e Geran-2, e quotidianamente martellano con sciami di droni gli obiettivi ucraini, mentre i cinesi hanno puntato su droni di nuova generazione che si ritiene siano dotati di IA.
E, a sorpresa, anche a Washington hanno “clonato” lo Shahed, copiandolo.
In un’era che sembra sempre più vicina alle Guerre Stellari di George Lucas e Steven Spielberg, gli Stati Uniti hanno colto l’occasione dell’attacco all’Iran per far debuttare i loro Lucas: un acronimo che evoca la saga dei Jedi ma che in realtà sta per ‘Low-Cost Uncrewed Combat Attack System’, letteralmente ‘sistemi economici d’attacco senza equipaggio’.
Presentati lo scorso luglio, hanno colpito obiettivi in Iran sin dal primo giorno di offensiva.
Sono collegati a reti satellitari come Starlink, possono essere lanciati da terra o da un camion, e hanno un costo simile a quelli iraniani, 35.000 dollari.
I droni da combattimento utilizzati dagli Usa finora, soprattutto in funzione antiterrorismo dallo Yemen fino in Afghanistan, i MQ-9 Reaper sono certamente più sofisticati ma costano tra i 20 e i 40 milioni di dollari l’uno.
E nell’economia di Guerra queste cifre parlano da sole.








