Senza girarci troppo attorno in Italia siamo messi male in termini di digitalizzazione. Quando si parla di digitalizzazione non si parla solo di tecnologia, di internet e di telefonini, ma anche di persone, di accesso, di servizi pubblici e di cultura. È un tema che va affrontato a 360 gradi, perché ha tante facce differenti e, hanno tutte pari importanza. È da questo punto di vista che bisogna partire per tirare le somme. I conti ad ora dicono, non c’è scetticismo che tenga, che siamo messi male, e molto. Infatti, se guardiamo il rapporto europeo Desi di quest’anno che mette assieme degli indicatori su come i Paesi sono aperti a internet e al suo uso, l’Italia è al 25esimo posto in Europa. Su 28.

Cosa aspettiamo a darci una mossa? È vero, da un punto di vista della digitalizzazione l’emergenza Covid-19 è stata paradossalmente un fattore positivo per il nostro Paese, è stato lo schiaffo che ci è servito per farci svegliare e farci rendere conto che investirci oggi non è meno importante che farlo in altri temi prioritari. Ma è possibile che dobbiamo aspettare una pandemia che ci costringa a stare rintanati a casa per scoprire cos’è lo smart working? È possibile che sia la disperazione del voler vedere i propri nipoti che costringa quelli con i capelli bianchi a imparare come fare una videochiamata o come scaricare WhatsApp?
Il lock-down ci è servito sì da allarme e da presa di coscienza, ma quello che abbiamo imparato ancora non basta. Non sediamoci, partivamo indietro a marzo e indietro rimaniamo anche adesso. Ora è arrivato il momento che questo allarme di traduca in fatti immediati e concreti. Perché il nostro Paese si merita di più di un 25esimo posto in una classifica a 28.
In tema di fatti, gli investimenti che stanno facendo Facebook e Google per formare e aiutare le PMI italiane ad accelerare la trasformazione digitale sono un ottimo punto di partenza, così come è un ottimo punto di partenza la strategia per l’innovazione e la trasformazione del nostro Paese che si sta sviluppando con “Italia 2025”. Da quest’ultimo, in particolare, mi aspetto molto. Mi aspetto tanto lavoro diretto con le persone, mi aspetto che venga definito un percorso valido e ben strutturato che accompagni all’utilizzo di determinati strumenti, mi aspetto infrastrutture, mi aspetto facoltà di accesso su tutto il territorio, mi aspetto formazione, ma soprattutto mi aspetto prossimità. Non basta portare la banda larga alle persone, serve anche dirgli come usarla correttamente. E non possono essere figli e nipoti da soli a farsi carico di aggiornare le generazioni precedenti.
Mi aspetto tanto, forse troppo. La verità è che se il nostro Paese vuole davvero ripartire deve capire che la digitalizzazione è determinante. Ma la digitalizzazione vera, quella che mette al centro il cittadino, che lo ascolta e che lo accompagna mano nella mano verso il cambiamento. Non la digitalizzazione del “la maggior parte degli italiani ha accesso a internet quindi va bene così”. Quella no, quella non basta.








