Per realizzare per un altro anno l’abbassamento del cuneo contributivo sui redditi medio-bassi dei dipendenti il governo ha confermato l’utilizzo di circa 10 dei 15,7 miliardi di maggiore deficit programmati per il 2024, approvati dal Parlamento. Questa misura è stata opportunamente definita la “nuova clausola di salvaguardia”: come avveniva con quella vecchia sull’Iva, ogni legge di bilancio avrà ora il problema di rinnovare la decontribuzione trovando le corrispondenti coperture finanziarie o ricorrendo ancora al deficit (con conseguente nocumento per i conti previdenziali).
Ma perché la collettività deve pagare un costo, facendosi carico dell’aumento dei redditi (netti) dei lavoratori dipendenti? C’è evidentemente un problema di salari (lordi) che hanno perso terreno in questi anni, anche per l’erosione causata dall’inflazione. La difesa dei redditi è infatti l’obiettivo che si pone esplicitamente il governo. Ma la sede per affrontare una simile questione non è la finanza pubblica, ma la contrattazione salariale tra datori e lavoratori.
Questa, peraltro, porta a soluzioni di tipo permanente, anziché transitorie, da rinnovare annualmente. La decontribuzione di cui si sta parlando corrisponde a circa il 2% del costo del lavoro delle società non finanziarie. L’aumento dei salari lordi dei lavoratori dipendenti per cifre comparabili attraverso la contrattazione renderebbe quindi più oneroso il costo del lavoro per le imprese che sarebbero per questo spinte a cercare modalità di recupero di efficienza attraverso investimenti e riorganizzazioni.
Sono potenziali effetti benefici (anche per le casse pubbliche) che si perdono mettendo in soffitta il conflitto distributivo. L’assegnazione alla finanza pubblica del compito di sostenere le retribuzioni è bene accolta dagli imprenditori e dai sindacati che raggiungono un obiettivo senza imbarcarsi in onerosi percorsi negoziali. Ma è una strada inefficiente e costosa per la collettività. Gli incrementi salariali (permanenti) devono essere a carico dei datori di lavoro e devono riguardare la retribuzione lorda. A meno che non ci sia un incombente problema di competitività che richiede una svalutazione interna. Ma non è più questo il caso italiano.








