Massimo Recalcati, su Repubblica, parla dell’ossessione dei corpi perfetti. “L’apparizione di corpi in forma, sempre giovani e belli, modellati dalla chirurgia estetica – scrive – costituisce da diversi anni una presenza sempre più costante nel paesaggio ipermoderno. L’azione del bisturi e dell’ago sagoma forme perfette che non rispondono però solo a un ideale estetico ma intendono scongiurare innanzitutto la presenza fatale della morte. Il corpo che non mostra i segni del proprio invecchiamento si configura come uno scongiuro, un talismano che rigetta il tempo inesorabile della nostra fine.
Tuttavia il ricorso alla chirurgia estetica non riguarda solo la vita nel suo momento fisiologico di declino, ma anche, se non soprattutto, le nuove generazioni. L’azione del bisturi, come quella dei tatuaggi che si estendono a tutta o quasi la superficie del corpo, porta con sé l’illusione dell’autogenerazione. Se poi si osserva il corpo di giovani donne rimodellate dal bisturi non può non colpire la loro drastica uniformazione. I corpi di queste donne tendono a corrispondere all’idiozia del fantasma maschile che eleva proprio quegli oggetti — in particolare labbra, seni e glutei — alla natura feticistica del proprio fantasma.
In termini più semplici – sottolinea – il corpo delle donne tende a corrispondere perfettamente all’immaginario sessuale maschile facendosi simile a quello di vere e proprie bambole artificiali del sesso. In un’epoca dove il femminismo ha giustamente imposto una cultura dei diritti che ha interrotto l’egemonia maschilista, questi corpi di gomma sembra mostrino l’altra faccia della medaglia, ovvero l’inossidabilità del fantasma feticistico maschile e la difficoltà della donna a liberarsi dalla sua presa.
Patologico è invece il ricorso compulsivo, l’insoddisfazione che accompagna ogni intervento e che sospinge ad altri nuovi interventi sino talvolta a provocare evidenti effetti di deformazione aberrante del proprio corpo. Si tratta a volte di un vero e proprio calvario che trasforma il corpo in una sorta di cantiere permanentemente aperto. In questi casi il paradosso è che ogni intervento crea una nuova insoddisfazione, ogni tentativo di perfezionamento genera un nuovo difetto. Perché? Quando guardiamo il nostro corpo allo specchio interviene una memoria inconscia che ha reso la nostra immagine qualcosa di amabile o qualcosa di perennemente insufficiente”.








