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L’Italia non investe più nell’Università | L’analisi dell’economista Giuseppe Coco

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Giuseppe Coco Professore Ordinario di Economia Politica all’Università Aldo Moro di Bari.

È in atto, senza una grossa attenzione nei media, uno scontro importante sul finanziamento dell’Università. La ministra in carica (una Professoressa) ha annunciato un taglio rispetto all’anno scorso che interrompe la serie di incrementi nominali del Fondo di Finanziamento Ordinario degli ultimi anni.

Fa una certa impressione però vedere sul sito del Ministero dell’Università una nota che rivendica un incremento del Fondo del 21% dal 2019 (da circa 7,5 mld. a 9 miliardi), come un incremento che dimostrerebbe la volontà del governo di puntare sull’Università.

Sembrerebbe in altri termini che l’Italia sia un paese che sta investendo fortemente sull’Università.

Per capire quanto di questo sia vero dobbiamo partire da comparazioni internazionali. Nel 2021 (l’ultimo anno per cui sono disponibili dati), l’Italia è una anomalia assoluta se comparata virtualmente a ogni altro paese dell’Unione Europea e dell’OCSE nel finanziamento dell’Università (Education at a glance). Tutti gli indicatori (spesa per studente e spesa su PIL ad esempio) raccontano la storia di un paese sempre ultimo o quasi in Europa. Se vogliamo capire quanto un paese investa sull’istruzione terziaria dobbiamo guardare alla percentuale di spesa devoluta all’Università sul totale della spesa pubblica. Su quest’ultimo parametro l’Italia si dimostra davvero un unicum. La percentuale di spesa universitaria sul complesso della spesa pubblica è pari al 1,5% a fronte di una media UE del 2,5% e nessun paese avanzato sta sotto il 2,2. Addirittura, gli Stati Uniti, patria delle Università private, destinano il 3,4% del proprio bilancio pubblico all’Università pubblica.

Questa constatazione, che potrebbe essere ripetuta per tutti gli ultimi 15 anni almeno, ci fornisce davvero la misura in cui il nostro paese ha deciso che il futuro non sta nella ricerca e l’istruzione superiore. Si potrebbe pensare che le cose siano migliorate negli ultimi anni per effetto degli aumenti di finanziamento. In realtà dal 2019 al 2024 l’Italia ha subito uno shock inflazionistico enorme, rientrato anche per l’azione decisa della BCE. L’inflazione cumulata per i 5 anni considerati infatti è pari al 20 per cento circa. In termini reali quindi lo straordinario investimento del 21% menzionato dal Ministero si concretizza in un incremento reale del 1%. Fa un certo effetto che al Ministero ignorino la differenza tra spesa reale e nominale.

La nota del MUR termina ricordando il grosso investimento del PNRR sull’Università. Bisognerebbe ricordare che il PNRR doveva servire a fare investimenti mai fatti ed anche cambiare la struttura della spesa pubblica italiana, da spesa corrente a investimenti, anche in capitale umano.

Le prime avvisaglie, anche dalla nota del MUR, sono invece che le solite abitudini hanno di fatto fagocitato anche il PNRR e che nel futuro non possiamo aspettarci che il paese investa, ma che il bilancio verrà usato, come è stato per gli ultimi anni, per sconti di imposta, regimi speciali e bonus di ogni tipo.

L’università italiana, in particolare del Mezzogiorno, ha in passato dato ragioni ai suoi detrattori per sostenere che non valeva la pena investire. Tuttavia, oggi è tra le più ampiamente valutate al mondo, sia per gli aspetti scientifici che didattici, e performa su ogni indicatore significativo meglio di sistemi finanziati molto meglio. Anche la presenza all’estero di una ampia platea di ricercatori italiani è testimonianza della capacità della nostra università di formare giovani competitivi che il nostro sistema non è in grado di assorbire. Merito di una riforma, la Legge Gelmini, che, pur generando importanti effetti perversi, ha certamente migliorato i processi selettivi, inserendo controlli di qualità minima sul reclutamento.

Il prodotto è, nonostante il taglio selvaggio di finanziamenti e la burocratizzazione del processo di valutazione, una università migliore e relativamente competitiva almeno con paesi comparabili come Francia e Germania, che però spendono molto di più. Tagliare fondi all’università oggi avrà certamente effetti peggiori per le università del sud che avevano conseguito miglioramenti significativi e dipendono maggiormente dai finanziamenti pubblici.

Ogni scelta democratica è legittima ma l’importante è non travisare la realtà. L’Italia è, tra tutti, il paese che ha deciso deliberatamente di non investire nell’Università (e più in generale nella ricerca), rispetto ad altre poste della spesa pubblica.

Ed il PNRR in questo quadro, non avendo cambiato le cattive abitudini di allocazione di spesa, è stato solo una iniezione di risorse una tantum, inutile e forse dannosa per il carattere occasionale, che produrrà alcune migliaia di ricercatori dei quali beneficeranno probabilmente i paesi europei che ci hanno trasferito i fondi PNRR.

La cosa più curiosa è però che continuiamo a chiederci come mai siamo l’unico paese europeo in cui produttività e salari non sono cresciuti negli ultimi 30 anni.

Sarà stato l’euro, la fine delle partecipazioni statali o le privatizzazioni, oppure il mitico ‘turboliberismo’?

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