Francesco Pugliese, amministratore delegato di Conad e membro del comitato di indirizzo dell’Osservatorio Riparte l’Italia è la persone giusta per esperienza, visione e competenza a cui rivolgere una serie di domande sul tema del rilancio del Paese. Una ripresa che deve necessariamente far leva sul sistema produttivo e sulla capacità di attrarre risorse, investimenti per innovare l’Italia.
Dott. Pugliese, su quali leve deve puntare il nostro Paese per Ripartire?
“Il lavoro su tutto. Se non si crea lavoro, non si rimette in moto il Paese e non si può parlare di consumi. Ma voglio essere chiaro: dobbiamo creare lavoro, non “posti di lavoro”. Per la prima volta tre generazioni devono lavorare insieme e quindi servono nuovi paradigmi, in cui l’interesse comune deve prevalere su quello dei singoli. Meno rendite di posizione, più occasioni per i giovani, evoluzione normativa per far crescere produttività ed efficienza, revisione delle modalità e delle abitudini di lavoro. Tutto questo senza alcun cambiamento nella tutela della sicurezza e della dignità del lavoro. Se la leva per ripartire è il lavoro, la creazione di condizioni per il mantenimento delle attività produttive è la prima azione necessaria: siamo un Paese industriale e non possiamo perdere questa vocazione”.
Come si possono riattivare i consumi nel settore della ristorazione?
“Difficile rispondere oggi a questa domanda, quando ancora viviamo una situazione di emergenza sanitaria che condiziona il nostro vivere sociale e impedisce la ripresa del turismo e dei viaggi di lavoro. Io ho fiducia nei piccoli imprenditori, che sanno rimboccarsi le maniche e trovare soluzioni per superare anche le situazioni più difficili. E la ristorazione è fatta da piccoli imprenditori. Bisogna probabilmente dare loro condizioni eccezionali per superare questo periodo, con riduzioni e dilazioni delle imposte, aiuti concreti per il pagamento di parte dei costi fissi di affitto e personale: in questo modo la grande maggioranza degli imprenditori saprà far evolvere la propria offerta. Ma questa è anche una occasione per ripensare alle reali dimensioni della domanda e alle reali potenzialità economiche di questo tipo di servizi, che forse sono andate oltre la reale domanda del pubblico.
Quali sono i rischi e le opportunità di una situazione come questa per il nostro Made in Italy?
I rischi sono tre: generale calo della domanda nei principali mercati; prezzi alti dei nostri prodotti di eccellenza e, di conseguenza, concorrenza sleale dei prodotti “Italian sounding” di prezzo più basso. Rimane poi su tutto la nostra storica incapacità di “fare sistema” sulle nostre offerte: andiamo sempre allo sbaraglio, convinti che la qualità del nostro prodotto ci consenta di superare ogni ostacolo. Purtroppo, in situazioni di crisi potrebbe non bastare più la qualità. Serve che anche lo Stato si impegni per aggregare la forza delle piccole e medie imprese, per dare a loro la forza di rappresentare adeguatamente ogni filiera del ‘made in Italy’ nel mondo.
Come si può porre rimedio al basso livello di produttività del nostro Paese?
Lo dicevo prima: rivedendo le leggi che regolano le attività lavorative oggi in vigore in Italia. Si tratta di un tema politico: c’è chi pensa che garantire il posto di lavoro equivalga a creare valore per la società. Forse era così 40 anni fa, ma oggi certamente non lo è più. L’evoluzione normativa consentirà di dare il via all’adozione su larga scala delle innovazioni tecnologiche, riducendo burocrazia e sprechi. Oltre all’innovazione normativa, servono anche investimenti di sistema sull’innovazione tecnologica e sull’adeguamento delle infrastrutture. Siamo fermi a 35 anni fa. Infine, e forse dovrebbe essere il primo punto, servono investimenti nella formazione. Abbiamo bisogno di persone che siano consapevoli dell’importanza del lavoro e del loro ruolo nella società e questa consapevolezza la può dare solo la scuola. Abbiamo bisogno di tecnici e questo lo possono fare le università, che devono preparare persone pronte a cogliere le opportunità del mondo del lavoro e non solo laureati. Questa sono misure necessarie alla riconquista di livelli di produttività accettabili.
Quant’è importante la sostenibilità per la Ripartenza dell’Italia e del sistema delle imprese?
L’Italia è in Europa e l’Europa ha già deciso che lo sviluppo dovrà essere solo sostenibile. Non dobbiamo inventare nulla, dobbiamo solo seguire le regole della UE in ogni attività. Dobbiamo poi inserire la sostenibilità in tutti i programmi scolastici e fare campagne di sensibilizzazione sui comportamenti individuali. Le leggi da sole non bastano: i giovani devono imparare fin da piccoli cosa fare e le persone mature e gli anziani, che in Italia sono tanti, cambiare le proprie abitudini. I nonni sono risorse preziose e certamente vorranno lasciare un mondo sostenibile ai loro nipoti.
Le aziende, infine, devono avviare attività concrete. Noi in Conad abbiamo in corso 29 progetti di sostenibilità nella nostra rete. Ad esempio, stiamo ragionando con le FS per trasferire su rotaia una parte importante dei nostri trasporti. La Sostenibilità la vogliamo introdurre nella nostra azienda a piccoli passi e con fatti concreti, per farla diventare un comportamento strutturale con cui generare valore per l’ambiente, per la società e per l’economia dei nostri territori.
Sistema sindacale, associazionismo delle imprese, tecnologie e infrastrutture. Come devono evolvere per consentirci di agganciare la Ripartenza?
Nel nostro Paese si sono persi 25 anni. E oggi tutto ha bisogno di una profonda innovazione. Anche i sindacati e i corpi intermedi, come le associazioni imprenditoriali e professionali, non sono più in linea con le esigenze di chi dovrebbero rappresentare. Il ruolo dei corpi intermedi è oggi, purtroppo, meno rilevante di un tempo perché le singole aziende e le persone non credono più alla loro capacità di comprendere e guidare la rappresentanza dei loro interessi. Io credo che la partecipazione diretta alla vita dei corpi intermedi consentita dalle piattaforme digitali possa far nascere un nuovo rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Ma c’è anche un tema di leadership e di atteggiamento culturale: negli ultimi decenni le persone si sono sempre aggregate “contro” qualcuno e/o qualcosa. Ancora una volta bisogna investire in formazione e scuola, per far comprendere alle persone che la rappresentanza è importante e che per raggiungere risultati ci vogliono piani ben preparati e il tempo per applicarli. Sulle infrastrutture ho già detto che nel 1985 eravamo all’avanguardia ma abbiamo dormito sugli allori. Bisogna rimboccarsi le maniche e scegliere i progetti più importanti per il bene delle comunità. Serve una alleanza per sviluppare produttività nel nostro paese, tutti insieme e non contrapposti e limitati dai singoli interessi: è un nuovo senso di Comunità quello che deve prevalere.
Uno tra i settori che ha retto l’urto di quest’emergenza Covid-19, assumendo anche un ruolo sociale fondamentale durante il difficile lockdown, è la GDO. Questa crisi sanitaria ha però anche palesato la necessità di integrare alla presenza fisica sul territorio, anche una massiccia rete e-Grocery. Qual è la strategia di Conad in vista del futuro in questo senso? Quanto il settore dell’e-commerce può essere una risorsa o un danno per il settore della grande distribuzione?
La pandemia ha accelerato un fatto già in atto da anni e da noi ben conosciuto: la crescita della domanda di e-commerce. Questo, deve essere chiaro, è un nuovo canale di vendita al pubblico, non un servizio di consegna a domicilio. Richiede investimenti e competenze. Noi di Conad abbiamo investito molto e siamo pronti a offrire questa tipologia di acquisto al pubblico. Abbiamo realizzato le infrastrutture tecnologiche e stiamo preparando quelle fisiche, come magazzini e organizzazione logistica. Si tratta di una modalità di fare la spesa che avrà un costo, perché non possiamo dare lo stesso prezzo a chi va al negozio a scegliere i prodotti e a chi li sceglie sul telefonino e se li fa consegnare a casa. Io penso che in alcune aree metropolitane d’Italia questo canale potrebbe arrivare a pesare fino al 10% del totale delle nostre vendite, con una media nazionale attorno al 5%. Questo nuovo canale avrà bisogno di personale competente e forza lavoro flessibile: anche in questo caso l’evoluzione normativa è cruciale per la sua crescita.
Le previsioni per l’autunno sono negative e il clima di incertezza legato alla situazione sanitaria di certo non aiuta, come da lei spiegato sul Sole 24 Ore poche settimane fa. Qual è la preoccupazione maggiore per il suo settore?
Da qualche mese la gente vive e fa i suoi acquisti con uno spirito di economia di guerra: farina e lievito invece di pane, per capirsi. Se continua questa tendenza, cresceranno le vendite dei prodotti di base ma perderemo lavoratori e impoveriremo l’intero sistema economico del nostro Paese. Temo che si possa verificare un impoverimento dei consumi, non solo un calo.
Conad è in vetta nella classifica della GDO, attestandosi come leader assoluto. Avete annunciato investimenti per 1,3 miliardi per il prossimo triennio. Che direzione sta prendendo Conad per il futuro? Quale sarà il suo ruolo, attraverso anche questi investimenti, all’interno dello scenario di ripresa del Paese?
Il nostro ruolo è essere al servizio delle Comunità, vicini ai cittadini dove vivono, coscienti dei loro bisogni e desideri, vigili sulla protezione della loro salute e dei loro diritti. Noi di Conad pensiamo di avere un ruolo nella costruzione del futuro dell’Italia e ci impegniamo ogni giorno, con umiltà e tenacia, in tal senso. Il piano di investimenti prevede di ampliare la nostra capacità di servizio del pubblico sia ristrutturando che aprendo nuovi negozi più efficienti in diversi modelli di canale distributivo, in modo di dare a ogni comunità il negozio e i servizi che meglio possono soddisfare le sue esigenze. Dobbiamo lavorare anche a monte, con le filiere produttive dei prodotti alimentari che sono il cuore della nostra offerta.
Dobbiamo anche essere uno stimolo affinché tutte le attività produttive e commerciali seguano la strada della sostenibilità, perché dobbiamo lasciare ai figli un mondo più sano di quello in cui siamo nati. Il Prof. Giovannini parla di “resilienza trasformativa”, affermando che questa crisi è una occasione per tutti noi di imparare che il futuro si costruisce, non si subisce. Infine, siamo impegnati a far crescere la qualità dei prodotti a marchio Conad, per essere sempre più sicuri della nostra offerta, lavorando con le filiere per garantire stabilità degli approvvigionamenti, qualità dei prodotti freschi e dignità del lavoro delle persone.
Nel 2020 avete chiuso l’accordo per l’acquisizione dei punti vendita del gruppo Auchan. A che punto è l’acquisizione e la scorporazione, dei punti vendita ceduti a Carrefour?
Siamo nella fase conclusiva dell’operazione. Abbiamo integrato nella nostra rete i negozi che potevamo integrare, abbiamo ceduto a terzi operatori qualificati alcuni negozi di prossimità e parte delle grandi superfici che non potevamo integrare nella nostra rete. Stiamo lavorando per offrire a tutti i dipendenti ex Auchan una soluzione occupazionale utilizzando tutti gli strumenti per queste situazioni, dalla mobilità volontaria alla ricollocazione incentivata.
Gli italiani hanno riscoperto, durante le ferie in tempi di Covid, luoghi incantevoli dell’Italia che erano stati dimenticati dalla perenne migrazione verso l’estero. Allo stesso tempo ha assunto ancor più valore tutta la filiera Made in Italy, soprattutto nel settore food, con i prodotti italiani che hanno riacquisito un’importanza primaria tra le famiglie. Ci voleva il Covid-19 per farci capire che la qualità del cibo italiano è unica al mondo? Può la sua filiera essere volano per la ripartenza del Paese?
Io penso di si, ma non mi illudo: la bellezza del nostro Paese e l’alta qualità dei prodotti italiani non bastano a far ripartire il Paese. Il turismo e le visite dall’estero pesano molto sul nostro PIL, così come pesano molto i pasti fuori casa di chi lavora negli uffici. Bisogna trasformare l’Italia in un Paese dinamico, in cui non si pensi solo al PIL, dove il benessere sia calcolato anche in salute e longevità e qualità della vita, senza dimenticare mai che per stare bene dobbiamo lavorare tutti bene.
Lei è originario di Taranto e notoriamente molto legato alla sua città natale. Come vede il futuro di Taranto? Quali preoccupazioni e quali prospettive?
La mia città vive una situazione difficile, in cui sviluppo economico e salute sono stati messi in competizione, come se ci potesse essere l’uno senza l’altro. Per uscire da questa situazione Taranto deve progettare nuove soluzioni per un impiego sostenibile dei suoi territori, che sono un patrimonio non utilizzato adeguatamente. Difficile, ma non impossibile.
Durante la fase più dura del lockdown qual è stata la sua più grande paura?
Ho sempre lavorato ed essendo impegnato molte ore al giorno non ho mai avuto una reale paura. Ma sono un marito e ho tre figli e qualche volta ho pensato che anche i miei cari potessero ammalarsi e mi è anche venuto il pensiero che questa pandemia potesse far precipitare la qualità della vita dei miei cari e di tutte le persone con cui vivo, senza avere la possibilità di intervenire.








