Su Repubblica Antonio Spadaro si chiede quale sia il punto di contatto tra Francesco e Leone nel passaggio di testimone del pontificato.
Tra Benedetto e Francesco era stato chiaro: «Le sfide dei rapidi mutamenti e le sfide delle questioni di grande rilevanza per la vita della fede», come disse (in latino) Ratzinger congedandosi.
Bergoglio tradusse queste sfide in una «sana inquietudine», l’unica «che dà pace», imprimendo un lento ma costante e francescano terremoto alla vita della Chiesa. Ed è «inquietudine» la parola che Francesco il 28 agosto 2013 raccomandò in una formidabile omelia all’allora padre Prevost, generale dell’Ordine di Sant’Agostino, e al suo capitolo riuniti nella loro chiesa in Campo Marzio.
Ero a Santa Marta quando Francesco partì per recarsi dagli agostiniani, e ricordo che mi congedò ripetendomi: «Inquietudine! Inquietudine!». Ed è inquietudine la prima parola che Leone pronuncia nella sua omelia di inizio del ministero petrino, riprendendo alla lettera quelle di allora del suo predecessore.
Ma Francesco sapeva di lasciare questo mondo benedicendo a Pasqua un mondo che — aveva appena scritto — «si sta sgretolando e forse si sta avvicinando a un punto di rottura» (Laudate Deum) per cui la Chiesa doveva essere segno di dialogo, incontro, di fraternità, al di là del fallimento della Rivoluzione francese e pure di quell’illuminismo che aveva espulso il cuore dai ragionamenti e aperto le porte all’artificio dell’algoritmo (Dilexit nos).
Leone riprende da qui, dal cuore che «non ha posa finché non riposa». E l’unico riposo è Dio.
Inquietudine è dunque il vero testimone che passa di mano tra i due papi nella loro corsa.
Su uno scenario di sgretolamento al quale Leone, da buon agostiniano senza esiti luterani, è sensibilissimo.
Per lui gettare le reti da pescatore è «gettare lo sguardo lontano, per andare incontro alle domande, alle inquietudini e alle sfide di oggi».








