La scorsa settimana preconizzavamo l’innesco di una crisi istituzionale e, al contempo, sociale in Francia. Le modalità di approvazione della riforma delle pensioni, tipiche di una logica che elegge l’imposizione a meccanismo di raggiungimento di obiettivi di politica, sono state contraddistinte dall’impiego di una tale «forza» da decretare un inasprimento dello spirito di rivolta già in atto.
In tal modo la giustezza o meno delle scelte adottate, ovvero l’esigenza di far fronte a reali necessità, sono passate in secondo piano. L’attenzione si è concentrata sul metodo, in quanto disvelatore di modalità di approccio alle decisioni pubbliche che generano dubbi sulla reale capacità della politica di farsi interprete e portavoce delle istanze della collettività.
L’atto calato dall’alto, con l’eclatante esautorazione del ruolo del Parlamento a cui esso ha dato luogo, ha evidentemente indotto i francesi a riflettere sul pericolo a cui la normale dialettica democratica sta andando incontro, determinando l’insorgere delle coscienze.
Decidere di approvare la legge sulla riforma delle pensioni senza (o meglio: contro) la volontà del Parlamento, obliterando tutto quello che già si stava celebrando nelle piazze in termini di rivendicazioni, ha finito per rivelarsi – la qual cosa era facilmente intuibile – una scelta poco accorta, che rischia di mettere in ginocchio il Paese.
Beninteso, il potere di cui si è avvalso il Governo (e Macron) è contemplato nella Costituzione e, dunque, dal punto di vista formale il suo esercizio si inscrive nel novero dell’attività legittime. Quando però si governa non si dovrebbe mai prescindere – per lo meno quando ci si appresta ad assumere decisioni fortemente impattanti, anche a livello emotivo – da una legittimazione capace di andare oltre il riconoscimento da parte di un testo di legge – quand’anche si tratti della Costituzione – della titolarità di un potere.
La legittimazione va costruita anche sotto un profilo sostanziale, attraverso l’avvio di interlocuzioni e di processi di consultazione che facilitino la comprensione a livello generale delle scelte che ci si appresta a mettere in campo, favorendo meccanismi di adesione.
L’assenza di un fattivo processo di condivisione con le parti sociali, da un lato, e la forte ostilità nel frattempo riversatasi nel dibattito, dall’altro, sconsigliavano il Governo dall’utilizzare il «potere impositivo». Tanto più – e in ciò un’aggravante – che all’assemblea nazionale era già stata calendarizzata la votazione del testo di legge e che soltanto pochi minuti prima, all’esito di una riunione di governo straordinaria, la Primo ministro ha deciso di utilizzare il potere di cui all’art. 49, comma 3 della Costituzione.
La settimana appena trascorsa, dopo la mancata approvazione per una manciata di voti della mozione di censura depositata contro il governo, è stata caratterizzata da un’escalation senza sosta di reazioni. Le forti mobilitazioni di giovedì scorso, con inaccettabili picchi di violenza, hanno condotto Carlo d’Inghilterra, il quale aveva programmato la prima visita all’estero proprio in Francia, ad annullarla prontamente.
Venerdì sera allo stadio di Francia era prevista una partita di qualificazione ai campionati europei della nazionale francese. Macron, di cui era stata annunciata la presenza, si è visto costretto a rinunciare. Gli spettatori – esortati da un messaggio di un deputato apparso sui social – al quarantanovesimo minuto e 3 secondi hanno fischiato intensamente invocando le dimissioni di Macron.
Sabato è stata un’altra giornata difficile, con una manifestazione tenutasi nel grande bacino di Sainte-Saline che ha causato scontri e molti feriti, in cui un altro tema caldo – l’accesso all’acqua come bene comune – è stato agitato. Mentre domani è in programma la decima giornata di mobilitazione contro la riforma.
Il potere è dunque alle corde ed è, in qualche misura, costretto a ritrarsi. E non certamente per le deprecabili violenze che stanno accompagnando alcune manifestazioni, nelle quali sovente si infiltrano personaggi il cui solo obiettivo è rompere schemi ed equilibri attraverso la generazione di forme di paura. Ogni violenza, oltre che offrire pretesto e giustificazione per interventi di reazione duri, delegittima la bontà delle idee e delle critiche insite in ogni protesta.
Il potere è alle corde perché il dissenso si sta estendendo a macchia di leopardo. Un dissenso che, a ben guardare, pone all’indice il metodo adottato più che le scelte compiute. Della necessità di dar vita a una riforma, infatti, la maggior parte dei francesi aveva piena consapevolezza, anche tenuto conto che il tema delle pensioni ha già costituito oggetto di riforma in molti Paesi.
Qualche tempo fa Macron, nel fronteggiare un duro faccia a faccia con una Signora che gli rinfacciava l’incapacità di ascolto, si è lasciato andare sul fatto che tutti commettono errori, anche lui. Ebbene, questo può essere un buon punto di partenza per ricucire uno strappo che rischia di causare ferite difficili da rimarginare.








