Tra i recenti appelli di Leone XIV, ce n’è uno che risale a domenica scorsa e che è passato quasi sotto silenzio. I tg l’hanno riportato velocemente, i giornali l’hanno ripreso poco e male o non l’hanno ripreso affatto, quasi a ricordarci che d’altronde – come osserverebbe causticamente Dagospia – “se non le dice il Papa queste cose, ma chi le deve dire?”
Il Pontefice da Castel Gandolfo ha parlato dei “tanti popoli spogliati, derubati e saccheggiati, vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni e le loro vite”.
Bellissime parole, sacrosante verrebbe da dire, ma – sia detto laicamente e con il massimo rispetto – portatrici di una verità incompleta. Perché l’immagine richiamata da Leone XIV è certamente reale, fotografa la storia di un Occidente colonialista e sfruttatore, eppure rischia di cogliere solo lo strato più superficiale di un fenomeno epocale che – proprio adesso e proprio davanti ai nostri occhi – sta mostrando tutti i segni di una rapida e preoccupante evoluzione. Evoluzione che potremmo tradurre in “processo di decadenza”.
L’Impero d’Occidente (Europa e Usa + Israele) sta riproponendo – aggiornati e aggravati – gli stessi sintomi che nel 476 d.C. decretarono la fine dell’Impero Romano d’Occidente. In particolare: conflitto economico, declino demografico, leadership politiche deboli e corrotte, perdita di coesione sociale, guerre con popoli confinanti. Capisco che questo paragone a 1549 anni di distanza possa apparire quantomeno audace, ma se ogni giorno fossimo attenti a registrare i fatti – taluni fatti specifici – attraverso questa particolare lente d’osservazione, constateremmo un’impressionante concatenazione di eventi. Dal più banale (apparentemente) al più preoccupante.
Soffermiamoci su alcuni fatti recenti che in qualche modo si ricollegano al concetto espresso da Leone XIV, ovvero ai “tanti popoli spogliati, derubati e saccheggiati, vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà”.
Secondo le stime della Banca Mondiale, sul nostro pianeta ci sono almeno 700 milioni di persone che vivono in condizioni di povertà estrema. 330 milioni di bambini soffrono la fame, e per quanto le punte del fenomeno siano soprattutto in Africa, anche Paesi supersviluppati come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno percentuali di povertà da far rabbrividire. Questo significa che mentre Donald Trump annuncia un’imminente inondazione di miliardi sugli Usa grazie alla sua schizofrenica politica dei dazi, a qualche isolato dalla Casa Bianca c’è chi muore letteralmente di fame. Tutto questo non ci ricorda gli ultimi giorni dell’Impero Romano? Magari non è una semplice suggestione…
Ma al di là delle esternazioni di Trump, qual è l’immagine che giornalmente l’Impero Occidentale offre di sé? Quali sono i messaggi che partono dal dorato Nord del Mondo?
Prendiamo un caso recente: il matrimonio di Jeff Bezos a Venezia.
Di questo evento, costato alcune decine di milioni di dollari, si è detto tutto e il contrario di tutto. Ci si è chiesti se sia stata una buona opportunità per Venezia. Ci si è domandati se le contestazioni “no Bezos” non abbiano danneggiato l’immagine dell’accoglienza italiana. Abbiamo però trascurato la domanda più semplice: quale messaggio è passato verso il Sud del mondo? “L’enorme squilibrio nella distribuzione della ricchezza, con il lusso sfrenato di pochi a fronte della povertà della maggioranza, creò tensioni sociali e malcontento”. Questo si legge nelle ricostruzioni storiche sulla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. E che cos’è stato lo spettacolo in mondovisione delle nozze Bezos-Sanchez, se non la compiaciuta esibizione di un lusso sfrenato, ennesimo capitolo di una continua ostentazione, tanto ottusa quanto cafona, che va dalla narrazione patinata dei contratti miliardari di Ronaldo agli arricchimenti monstre degli amici di Trump, fino agli eventi sfarzosi di pseudo-beneficenza come il Met Gala di New York, dove quest’anno la modella Haley Baylee ha pensato bene di liquidare le proteste dei manifestanti pro-Palestina (poco distanti dalla festa) con la famosa frase di Maria Antonietta: “Che mangino brioche”.
Ora, quale sia stato il destino di Maria Antonietta lo sappiamo tutti, e naturalmente nessuno si augura ghigliottine o conseguenze simili, ma ciò che lascia stupefatti è la mancanza di consapevolezza su come funzioni oggi la comunicazione nel mondo: l’esibizione del lusso sfrenato è un messaggio che, inevitabilmente, arriva in tempo reale in qualsiasi parte del globo. La narrazione delle azioni e delle parole dei governanti occidentali e dei padroni dell’economia, è un flusso continuo e inarrestabile di informazioni che percorre l’intero pianeta. In questo c’è sicuramente una grande differenza con il 476 d.C: oggi le popolazioni più povere, ancorché sfruttate e affamate, hanno gli strumenti per assistere, ogni giorno, allo spettacolo che l’Impero Occidentale offre di sé. Nella grande arena digitale globale, il popolo è costantemente informato su quanto accade nel mondo dei ricchi. Perciò ne conosce le imprese, i successi e gli eccessi.
Ne conosce, per esempio, il fiato corto in tema di riproduzione.
Gli occidentali non fanno figli, le proiezioni ci dicono che l’Europa, in particolare, entro il 2050 scenderà a 406 milioni di abitanti, quindi con un calo del 10 per cento rispetto al 2022, e un contestuale, inarrestabile, invecchiamento della popolazione. Questo significa che, con buona pace di chi paventa la “sostituzione etnica”, sarà praticamente inevitabile aprire sempre di più i confini a un progressivo ingresso di immigrati, cosa che peraltro già avviene da anni, per esempio in Italia con il “decreto flussi”. E qui torniamo al tema di partenza: quale rappresentazione abbiamo offerto del nostro mondo a quelli che arrivano o stanno per arrivare?
La domanda non è banale perché – rispetto al delicato tema dell’integrazione – apre il ventaglio dei tre modelli possibili: assimilazione, multiculturalismo, refrattarietà. Nel terzo caso (refrattarietà) si parla di “atteggiamento di resistenza, rifiuto o chiusura rispetto a un’influenza, una norma o un processo di cambiamento”. Facile comprendere come questo sia lo scenario peggiore: rischiamo di accogliere immigrati che arrivano da situazioni di sofferenza e che portano con sé un’immagine estremamente negativa del mondo che sta aprendo loro le porte. Possiamo sperare in una loro pacifica integrazione o aspettarci invece un crescente “effetto banlieu”?
La domanda ci riporta al tema di partenza e alle parole di Leone XIV: sappiamo che c’è un Sud del mondo che nei secoli abbiamo sfruttato e che continuiamo a sfruttare. Sappiamo che da quel mondo, negli anni a venire, arriveranno necessariamente milioni di persone. Siamo pronti a tutto questo? Siamo pronti per noi e, soprattutto, per le generazioni a venire? Forse l’Impero Occidentale dovrebbe cominciare a prendere coscienza della propria decadenza e a offrire di sé stesso una rappresentazione diversa.








