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Il Governo accelera sul fondo sovrano | L’analisi

Conto alla rovescia per il fondo sovrano italiano.

Il primo storico veicolo di investimento pubblico della storia repubblicana potrebbe vedere la luce prima dell’estate, per poi diventare operativo in autunno, come annunciato lo scorso 7 febbraio dal ministro del made in Italy Adolfo Urso.

La partita potrebbe sbloccarsi a stretto giro con un decreto interministeriale a firma di Urso e del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, tramite il quale – come disciplinato dall’articolo 4 del decreto made in Italy che istituisce il fondo dei fondi – verranno tra l’altro individuati i requisiti di accesso e le modalità di apporto delle risorse da parte degli investitori privati.

Risorse che, stando al decreto, ammonteranno in prima battuta a un miliardo di euro, di cui 700 milioni di residui del Patrimonio Destinato di Cassa Depositi e Prestiti per il 2023 e 300 milioni stanziati per il 2024.

Le risorse, scrive MF-Milano Finanza, verranno equamente divise tra Invimit (società controllata al 100% dal Mef e guidata da Giovanna Della Posta) e il Fondo Italiano di Investimento partecipato al 55% da Cdp.

Prima di allora tuttavia è necessario un ulteriore passaggio, ossia un decreto-legge attualmente allo studio del Mimit e del ministero dell’Ambiente e atteso sul tavolo del Consiglio dei ministri entro il prossimo mese.

Decreto con cui – nel quadro della nuova disciplina europea del Critical Rar Materials Act – il governo disciplinerà il piano di approvvigionamento per agevolare investimenti finalizzati alla costruzione della filiera italiana delle materie prime critiche.

Investimenti che saranno indirizzati non solo alla riattivazione di siti minerari chiusi ma anche e soprattutto al processamento e al riciclo.

Il decreto prevederà inoltre una serie di royalties a carico dei concessionari con le quali il fondo verrà di volta in volta alimentato.

A contribuire al fondo, per una quota pari almeno a un altro miliardo di euro, saranno poi i grandi veicoli internazionali che il governo ha intenzione di coinvolgere nel progetto anche per non incorrere nella tagliola della disciplina Ue sugli aiuti di Stato.

In cima alla lista dei papabili ci sono il fondo saudita Pif, quello norvegese Norges Bank, Qatar Investment Authority e gli emiratini Abu Dhabi Investment Authority e Mubadala Investment Company.

Particolare attenzione il governo riserverà a Pif, molto attivo in Italia con le recenti acquisizioni del 49% di Rocco Forte e del 6% di Technogym e potenzialmente interessato agli scali ferroviari in mano a Grandi Stazioni Retail.

Il tema potrebbe essere oggetto dell’incontro tra Giorgia Meloni e Mohammed bin Salman in programma a Riad tra maggio e giugno.

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