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Il futuro presenta il conto | L’analisi di Daniele Manca

“Il futuro presenta il conto. Per molti anni ci siamo attaccati e divisi su quei numerini che ci erano sempre stati utili a fotografare la nostra ricchezza, la capacità di crescere, lo stato di salute del nostro Paese”.

Lo scrive Daniele Manca sul Corriere della Sera a proposito della crisi del mercato dell’auto: “Gli economisti parlavano di Prodotto interno lordo, debito, deficit.

Numeri sempre utili per carità. Ma il mondo stava intanto cambiando. Ce lo siamo detti forse senza tanta convinzione. E stiamo ancora correndo il rischio di non prenderne atto.

Ne sa qualcosa chi produce auto. Intere filiere tremano al pensiero di fenomeni che non sappiamo decifrare.

La doppia sfida, ambientale e tecnologica, posta dal futuro e dall’affacciarsi di nuovi protagonisti sui mercati non è stata raccolta.

Nel tentativo forse di schivarle entrambe?

Nella classifica preparata da Gartner tra i primi dieci gruppi più avanzati in termini di software necessario alle proprie vetture, ci sono solo tre case tradizionali.

Due di queste sono americane: Gm e Ford, una europea, la Bmw. Tutte le altre sono sotto.

Altro che duello, questo sì ideologico, tra motori a combustione e motori elettrici. Se la scelta fosse stata solo questa – osserva l’editorialista – forse, sarebbe stata persino semplice (ad averla presa in tempo).

Ci avevano avvertito i mercati finanziari quando avevano portato la Tesla a valere quanto tutte e tre le tradizionali case automobilistiche americane.

Ci aveva avvertito l’Europa che in tempi non sospetti, ben prima del Covid, ci indicava un termine, quel tanto odiato 2035, come data finale per vendere motori a combustione.

Per troppo tempo abbiamo scelto di vedere in quel limite la causa dei nostri guai. È accaduto lo stesso con il rapporto Draghi. In molti hanno preferito concentrarsi su quegli 800 miliardi di investimenti all’anno e sulla necessità di fare «debito comune» per trovarli e garantirsi il recupero di competitività di cui l’Europa ha bisogno. Pochissimi si sono divisi sulle cose da fare.

È tempo invece che l’auto, e i Paesi ci verrebbe da dire, tornino a discutere su quale direzione intraprendere. Non di una data sul calendario. Che – conclude – non potrà certo ridare competitività a intere filiere e sistemi produttivi”.
 

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