È tornata la guerra in Europa. Il conflitto tra Russia e Ucraina, nato dall’ossessione di Vladimir Putin contro l’evoluzione democratica dei Paesi vicini e dal fallimento delle sanzioni finora varate dall’Occidente nei suoi confronti, rimarca l’intenzione del Cremlino di ridisegnare la mappa dell’Europa.
È questa, in sintesi, la lettura del quotidiano Le Monde su cause e obiettivi dell’offensiva russa, in un editoriale a firma del direttore Jerome Fenoglio. Rispetto all’operazione attuata in Crimea nel 2014, quella in corso in territorio ucraino costituisce, per il quotidiano francese, «un’aggressione militare di un’entità inedita sul nostro continente dalla fine della Seconda Guerra mondiale», sottolineando che si tratta di un’offensiva «premeditata, accuratamente pianificata e, questa volta, assunta pienamente, senza messinscena». Otto anni fa in Crimea ad entrare in azione sono stati soldati senza alcun distintivo di appartenenza ad un esercito, mentre ora il dispiegamento delle forze non si nasconde dietro a combattenti delle due repubbliche “burattinaie” del Donbass.
Goffaggine ed errori
Una guerra, fa notare Le Monde, pienamente assunta dal presidente russo, persino nella scelta delle parole della sua breve allocuzione, di fatto una dichiarazione di guerra. L’obiettivo è chiarissimo: spezzare l’Ucraina. Putin è stato altrettanto esplicito nelle sue minacce rivolte a chiunque ostacolerà tale obiettivo, andando incontro a «una risposta immediata e con conseguenze mai viste nella vostra storia». Per questo motivo, il direttore di Le Monde insiste che «bisogna scriverlo altrettanto chiaramente, come lo ha fatto Putin con le parole: è lui il responsabile di questo conflitto maggiore». Di conseguenza «nessuna goffaggine occidentale, nessun errore storico, nessuno degli argomenti avanzati da anni dal regime russo e dai suoi difensori possono giustificare l’attacco appena iniziato», afferma Fenoglio.
La deriva di Putin
Per il direttore di Le Monde, la volontà di imporre la legge del più forte e il disprezzo ostentato del diritto internazionale affondano le radici in una “doppia deriva” di Putin dal suo arrivo al potere nel 2000. La prima è la piega autocratica sempre più netta del suo regime, che ruota attorno alla sua persona e alle sue ossessioni. Nel corso degli anni e dei vari mandati, il presidente russo ha imposto un controllo assoluto sulla società civile. Segni di questa deriva permanente, di questo sistema, sono stati ad esempio l’omicidio della giornalista investigatrice Anna Stepanovna Politkovskaja, nell’ottobre 2006, e il tentato avvelenamento dell’oppositore Alexei Navalny, nell’agosto 2020.
Più recentemente un umorista è dovuto scappare dalla Russia per le sue critiche all’oligarca Evgeny Prigogine, molto vicino a Putin, i cui mercenari del gruppo Wagner sono dispiegati in Siria, Mali, Centrafrica e Libia, «commettendo esazioni mai assunte da Mosca». Nel tempo in patria, oppositori, giornalisti, parlamentari e consiglieri moderati sono stati messi da parte e allontanati sempre più brutalmente, per concentrare tutti i poteri nelle mani di una «cerchia ristretta ossessionata dalla difesa delle sue ricchezze e dei suoi privilegi».
Sfida all’Europa
Per Le Monde, la seconda deriva di Putin è la conseguenza diretta di questa evoluzione clanica del potere. Dalla rivoluzione arancione del 2004, la democrazia ucraina è diventata il «repellente assoluto del Cremlino». L’indipendenza di pensiero, di comportamento, di visione di Kiev, le sue evoluzioni sono considerate da Mosca come «una minaccia esistenziale» alla quale oggi il presidente russo intende porre fine.
Secondo il direttore del quotidiano francese, l’offensiva contro l’Ucraina è una violazione aperta del diritto internazionale, una sfida all’ordine europeo di sicurezza ereditato dalla fine della Guerra fredda. Ma è anche una conseguenza della «debolezza delle reazioni dei Paesi democratici di fronte alle precedenti violazioni del diritto internazionale» da parte di Putin, quali l’occupazione di parte del territorio della Georgia nel 2008, «rimasta impunita», l’annessione nella Crimea nel 2014 e l’intervento nel Donbass. Finora Unione europea e Stati Uniti si sono limitati ad adottare «sanzioni certamente scomode ma calcolate, per non causare danni maggiori alle economie occidentali». Tali sanzioni si sono rivelate un «fallimento poiché non hanno dissuaso Putin dal suo disegno più profondo che è quello di ridisegnare la mappa dell’Europa, riappropriandosi della sua sfera d’influenza» sentenzia Fenoglio.
In risposta a questo nuovo “tour de force” del leader russo, l’unica risposta delle democrazie occidentali deve essere l’adozione di misure molto più forti contro il regime di Putin, «prendendo atto del fallimento e assumendosi il costo che avranno sulle proprie economie». In conclusione, per Le Monde è proprio questo «il prezzo minimo da pagare se si vuole davvero far rispettare i principi fondamentali del diritto internazionale».
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